domenica 2 settembre 2018

Un amore veneziano
Andrea di Robilant
Corbaccio
pag. 305
prezzo € 15,81

La Trama
Venezia 1753. A casa del console inglese Riccardo Wynne, il giovane aristocratico Andrea Memmo vede per la prima volta la figlia del console, Giustiniana. I due si innamorano perdutamente, ma Andrea Memmo è destinato a un'importante carriera politica e Giustiniana non può essere una moglie adatta a causa delle voci sulla vita "dissoluta" della madre di lei. La loro storia è destinata a restare clandestina e, finché è possibile, i due si incontreranno nei luoghi più sicuri di una Venezia splendida e decadente: i palazzi di amici compiacenti, i ridotti dei teatri, stanze in affitto in campielli isolati. Ma poi la famiglia Wynne si trasferisce all'estero, e Andrea e Giustiniana sono costretti a trasformare la loro relazione in uno splendido rapporto epistolare, di cui sono testimonianza le lettere trovate per caso dal padre di Andrea di Robilant nella soffitta di palazzo Memmo e che costituiscono l'ossatura di questo libro singolare e prezioso.

Recensione
Una storia d’amore clandestina fra un aristocratico veneziano e la giovane Giustiniana nella cornice di una Venezia splendida con i suoi palazzi che si specchiano nella Laguna, le sue notti di donne e uomini coperti da maschere che ne nascondono il viso e proteggono i segreti, gondole silenziose e campielli nascosti. 
Una protagonista intensa e volitiva, che diventerà una donna indipendente, colta e raffinata e il suo amante vittima di tradizioni, quelle della Serenissima ormai in decadenza, che rispetta e venera ma che gli pesano come un giogo.
E poi le estati nelle ville sul Brenta, la Parigi elegante e voluttuosa, Londra e la sua aristocrazia, lettere appassionate fra i due amanti che intervallano la narrazione: i presupposti per un grande romanzo c’erano tutti. Tutto faceva pensare che il lettore si sarebbe sentito coinvolto e avvinto da una trama e ambientazioni superbe. Peraltro la narrazione è incolore, la prosa è piatta, corretta ma insipida e toglie a Un amore veneziano quel qualcosa che lo avrebbe reso una lettura indimenticabile.
La ragazza con la Leica
Helena Janeczek
Guarda
pag. 333
prezzo € 15,30
e-book € 10,99

La Trama
Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l'amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l'irresistibile ragazza gli ha preferito Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt'altro motivo, a dare l'avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante. È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l'ascesa del nazismo, l'ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro. Ma per chi l'ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

Recensione
Forse avrete letto, o forse vi avranno detto, che La ragazza con la Leica è un romanzo biografico sulla vita di Gerda Taro, ambientato in Spagna durante la Guerra Civile.
Niente di più inesatto.
La breve vita ribelle di Gerda Taro, prima fotoreporter caduta su un campo di battaglia, è un raffinato prisma ottico che si fa meccanismo narrativo in grado di restituire al lettore le mille rifrazioni che coprono lo spettro della Storia della prima metà del secolo scorso. Un romanzo sofisticato che, servendosi di tre voci narranti e diversi punti temporali e focali, raccoglie i frammenti di milioni di vite spezzate da una diaspora per ridare loro unità, dignità e l’immediatezza di uno scatto fotografico.
Assieme al dottor Willy Chardack, l’amico utile e raramente dilettevole, a Ruth Cerf, la compagna di Lipsia con cui ha diviso i tanti sogni e quel poco altro che c’era da dividere, e Georg Kuritzkes, forse il vero amore, arruolatosi nelle Brigate Internazionali per ritrovarla e poterla dimenticare, inseguiremo la preda Gerda nei loro ricordi, ormai sparsi ai quattro angoli del mondo, ma mai realmente lontani da questa donna, molto bella e molto libera, che, in egual misura, amava farsi beffe del destino e dei compagni di vita, cacciatori sedotti dalla sua sfrontata sfuggevolezza.
In tempi di falsi nomi che dovevano assicurare espatri e salvezza, Gerda cesellerà con cura il suo e quello di Robert Capa, per creare il mito che forse sognava o forse già presagiva come premio di un’esistenza ludica e coraggiosa. Ma il destino non era pronto per una figura femminile così moderna in tempi che anelavano a ridestare antiche barbarie, e il destino è raro che si lasci sedurre.
Uno straordinario romanzo corale contro cui ho percepito l’ostilità di parte della critica e le perplessità di alcuni lettori. Non ho molti dubbi sulle squallide motivazioni ideologiche della prima e, pur faticando, posso arrivare a comprendere anche le seconde: quello della Janeczek non è un romanzo cui accostarsi con leggerezza in cerca di una storia, semmai un romanzo da scegliere se si è in cerca della densità e della complessità della Storia e si hanno i mezzi, culturali e linguistici, per non perdersi nei mille rivoli che la caratterizzano nei periodi più tragici.
Un Premio Strega quantomai meritato, forse anche un’indicazione precisa a volgere gli occhi al passato in un periodo in cui tanti sembrano ansiosi di gettarselo alle spalle.
“Era chiaramente... la ragazza carina a cui, come al destino, non si poteva che correre dietro.”
                                   Riccardo Gavioso


La donna di pietra
Tariq Ali 
Dalai Editore
pag. 293
prezzo € 8,55

La Trama
Ogni anno la famiglia di Iskander Pascià, ex ambasciatore del Sultano in Europa, trascorre l'estate nel suo palazzo affacciato sul Mar di Marmara. È il 1899 e l'Impero ottomano è dilaniato da lotte intestine, fermenti popolari e dalle politiche di conquista delle grandi potenze europee. Nilofer, figlia di Iskander, dopo aver disonorato la famiglia, nove anni prima, sposando un umile insegnante greco, ritorna a casa. È lei a condurci dalla «Donna di Pietra», un antico masso dalle sembianze solo vagamente umane - a cui si arriva attraverso i frutteti, tra l'odore del timo e dell'albero del pepe che per secoli ha raccolto le confessioni di intere generazioni. Disillusa e infelice, Nilofer sarà la prima a visitare la Donna di Pietra, ma tutti i personaggi, a turno, le affideranno il proprio dolore nascosto. Sara, moglie di Iskander, che cela un inconfessabile segreto; i figli Halil, generale dell'esercito impegnato a ordire una rivolta contro il Sultano, e Kemal, armatore di una compagnia di navigazione, tradito dalla moglie e dalla vita.

Recensione
La donna di pietra, di Tariq Ali potrebbe essere la sceneggiatura perfetta per un film di Ozpetek.
Un'estate nella crepuscolare Turchia di fine secolo (tra '800 e '900), una grande casa sul mare, una famiglia patriarcale che si ritrova dopo nascite, matrimoni, morti ed esilii autoimposti. Si scoprono segreti, si condividono dolori, si vivono nuovi amori e nuove passioni. Il tutto mentre si addensano le ombre, l'impero ottomano rantola e cominciano i primi massacri a danno di Greci e Armeni, nell'entroterra.
Tutto è  lontano, tutto filtra come luce dorata.
È la dolce cecità di ogni decadenza.
Dai tempi del Diluvio, l'uomo ha perso la capacità di leggere i segni e di credere alle profezie.
                                                                               Giada Pauletto