sabato 24 marzo 2018


Charlene
Theresa Melville
Emma Books
pag. 220
e-book €3,99

La Trama
Torna in versione digitale uno dei romanzi più amati di Theresa Melville.
Parigi, 1824. Il sogno di Charlene di diventare scrittrice sembra realizzarsi quando, complice un fortunato incontro, inizia a posare come modella per il pittore Eugène Delacroix ed entra a far parte della cerchia degli autori romantici. La sua bellezza e il suo temperamento non passano inosservati, soprattutto allo scrittore russo Dimitri Ivashkov. Sorda alle voci che circolano sulla pessima reputazione dell’uomo, Charlene crede ingenuamente di aver trovato il vero amore. Si trova invece coinvolta in una vicenda da cui uscirà distrutta. Chiusa in un guscio di diffidenza, decisa a dedicarsi solo alla scrittura, Charlene sembra ormai incapace di abbandonarsi ai sentimenti, finché un uomo misterioso…

Recensione
Un romanzo affascinante, ricco di suggestioni e con una protagonista intensa, di grande temperamento, moderna e indipendente che saprà riscattare un passato di dolore e miseria per conquistare un ruolo importante nel mondo dell’arte. Già questo renderebbe la lettura gradevole e interessante, ma c’è di più, molto di più. Intanto la Parigi degli intellettuali, degli artisti dove la protagonista Charlene finirà per muoversi in un primo momento impacciata e timida e poi, via via, sempre più sicura e consapevole di se stessa. Ci perderemo fra bistro, caffetterie, teatri all’avanguardia frequentati da Delacroix, Victor Hugo, Honoré de Balzac, dall’ambigua, raffinata e algida George Sand con i suoi abiti eccentrici, da uomo. 
E poi c’è la passione malata, come quella che la protagonista sente per Dimitri, scrittore geniale, uomo tanto fascinoso quanto crudele che la farà soffrire fino alla sua rinascita sentimentale, grazie a un amore non facile ma profondo e autentico.
E soprattutto c’è l’arte di Charlene che, oltre che a posare come modella, sa scrivere e lo sa fare molto bene, tant’è vero che, grazie anche agli incoraggiamenti e al sostegno dei suoi amici artisti, sarà in grado di aprirsi una sua strada nel mondo della letteratura, sfidandone i pregiudizi e le riserve per arrivare al successo più completo, all’applauso più soddisfacente, quello che mette d’accordo pubblico e critica.
Un bel libro scritto bene, attenta la ricostruzione storica, efficaci le descrizioni, ben tratteggiati i personaggi.
E poi tutte, in fondo, vorremmo essere come la talentuosa, affascinante e vibrante protagonista.


Una breve chiacchierata per conoscere meglio Theresa Melville, l’autrice di Charlene.
Theresa, perché non ci racconti un po’ di te? Come e perché hai iniziato a scrivere?
La passione per la scrittura fa parte di me da sempre; è un amore viscerale, un’esigenza, una sfida continua, è un insieme di fattori emozionali, legati anche al mio carattere, che mi accompagna dall’adolescenza. Fin da allora, i miei sogni erano in quella pagina bianca che avevo fretta di riempire. Negli anni che hanno preceduto la decisione di dedicarmi alla narrativa a tempo pieno, mentre lavoravo nel giornalismo e successivamente come copywriter, in realtà non facevo che sperimentare vari livelli di scrittura, per costruire tramite l’esperienza le basi necessarie a fare della narrativa la mia professione.   

I tuoi romanzi appartengono prevalentemente al genere storico. Che motivazione ti ha portata a questa scelta? E che lavoro richiede questo tipo di romanzo?
Si trattò in principio di una scelta obbligata e insieme fortunata: il mio esordio nelle collane da edicola Mondadori avvenne nel 1995 con Anima Prigioniera, il primo romance storico che firmai come Theresa Melville; in quella occasione scoprii un modo alternativo di studiare la storia, e quanto fosse divertente calare vicende e personaggi in contesti del passato così ricchi di suggestioni e di spunti interessanti.  Anima Prigioniera andò molto bene, così continuai col filone degli storici e per i vent’anni successivi non scrissi che quelli. Naturalmente lo studio delle fonti è basilare; io svolgo le ricerche parallelamente alla messa a punto del soggetto, perché la trama dei miei storici è sempre strettamente connessa allo scenario socio-culturale in cui si dipana. 

Che cosa ispira Theresa e le sue storie? 
La mia fonte di ispirazione è immancabilmente la realtà; può trattarsi di un avvenimento, di un paesaggio, di un’immagine, di un dipinto come nel caso di Charlene, di un personaggio o di un certo evento storico, l’importante è che quello spunto sia ancorato al mondo reale, e che mi permetta di osservare la vicenda che ho in mente come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi. 
Tutte le mie storie, siano esse ambientate nel presente o nel passato, sono accomunate dal carattere della verosimiglianza, dal quale non potrei prescindere.

Veniamo a Charlene, un bel romanzo ambientato nella Parigi degli artisti. Come è nata l’idea?
L’idea arrivò folgorante, cosa che mi accade raramente perché di solito per costruire un soggetto impiego diversi giorni, e fin quando non ho messo nero su bianco i passaggi essenziali non procedo. Con Charlene andò diversamente; curiosavo in Internet tra le immagini di dipinti dell’ottocento francese, perché quello era il periodo storico che mi interessava, quando vidi la foto del quadro di Eugène Delacroix raffigurante una giovane donna dall’aria sgomenta, che ciò nonostante mi sembrò, per via dell’espressione e della postura, di temperamento forte. Poi lessi il titolo: Ragazza orfana al cimitero. La storia prese forma in pochi minuti, ne appuntai lo schema e scrissi subito l’incipit. Fu sensazionale. Naturalmente ho portato Eugène Delacroix dentro il romanzo, facendone uno dei comprimari.  

Charlene è una donna sicura, determinata, che non si lascia sconfiggere dalle vicissitudini che le capitano. Una protagonista intensa, che hai creato pensando a qualcuno in particolare? Quanto c’è di Theresa in Charlene?
Forse c’è di me una certa visione della vita, e cioè la tendenza a non perdersi d’animo, a non chinare il capo davanti alle peripezie, ma in verità il carattere di Charlene è tutto nello sguardo della fanciulla ritratta da Delacroix, in quel movimento della testa col quale sembra dire “malgrado voi, malgrado tutto, vado avanti per la mia strada”.

Hai un consiglio per chi ha un manoscritto che vorrebbe pubblicare?
Ecco il mio consiglio: lavorare sul testo con umiltà e precisione prima di sottoporlo a un editore. Secondo me, scrittori non si nasce, né ci si improvvisa. Pubblicare un romanzo non significa essere scrittori: significa aver posato il piede sul primo gradino di una lunga scalinata e sollevare lo sguardo verso l’alto, dove finisce la salita - un punto così distante che è impossibile vederlo. La scrittura è più grande dello scrittore, è più potente; imparare a controllare la scrittura richiede concentrazione, infinita pazienza, programmi a lungo termine e auto disciplina. Bisognerebbe revisionare il testo fino alla nausea. Le revisioni, e non a caso uso il plurale, costituiscono l’esperienza sul campo; servono ad acquisire familiarità con le parole, a maturare quella agilità espressiva che non è mai abbastanza. 

Mi interesserebbe conoscere la tua opinione riguardo al self-publishing e al ruolo che i social possono avere nella vita ed esperienza di un autore.
Il self-publishing è a mio parere una grande opportunità, e non solo per gli autori, visto che mette in luce professionisti che fino a qualche anno fa operavano generalmente nelle redazioni e nelle case editrici; gli editor, i traduttori, i correttori di bozze, i grafici e gli illustratori, oggi possono collocarsi autonomamente nell’ambito dell’editoria non solo digitale. 
Nell’ambito della scrittura, malgrado il potenziale positivo, è un fatto che agli occhi di molti il self-publishing sia sinonimo di dilettantismo, e che gli autori indipendenti siano considerati autori di serie B. Purtroppo non si tratta solo di pregiudizi: il self-publishing ha favorito l’immissione sul mercato digitale di una mole esagerata di testi acerbi sotto vari aspetti, prospettando una scorciatoia per arrivare al pubblico. Non si è pensato al rispetto di quel pubblico, che sentendosi ingannato ha reagito con giudizi trancianti. Credo che il self-publishing possa trovare al proprio interno una sorta di regolamentazione, ma ci vorrà del tempo.  
Riguardo ai social, penso che siano strumenti validissimi nelle mani di chi li conosce e abbia la capacità di mettere a punto una strategia di comunicazione. La riuscita dell’impresa però è tutt’altro che scontata. Io non ho attitudine per la tecnologia, e nella gestione dei social sono in difficoltà. Sono abituata ai rapporti diretti. Ho pubblicato con Mondadori per oltre vent’anni: in redazione mi sentivo a casa, gli editor erano dei punti di riferimento; la promozione non era tra le mie preoccupazioni, insomma, era tutto diverso. Quando ho deciso di affrancarmi perché volevo pubblicare col mio nome e cimentarmi col genere noir, mi sono trovata a sudare su un terreno impervio, social compresi. Tuttavia insisto. In buona sostanza, penso che dall’utilizzo dei social non si possa prescindere, e che le competenze vadano coltivate. 

Theresa e il futuro, ci sveli i tuoi progetti?
Al momento sto scrivendo un noir contemporaneo, un soggetto complesso al quale lavoro da tempo e nel quale credo molto. Sto poi covando l’idea di un giallo storico ambientato tra Italia e Francia al tramonto dell’era napoleonica; non mi dispiacerebbe una storia che si agganci all’ultimo libro della trilogia dei Tourangeau, Mai notte più dolce, uscito nei “Classic” Mondadori nel 2013. 
Intanto tengo a dire che sono felicissima di questa nuova edizione di Charlene e ringrazio Emma Books per l’opportunità; a tal proposito, posso anticiparti che sono in vista operazioni dello stesso tipo riferite ad altri titoli della mia produzione romantica. 
Concludo ringraziandoti di cuore per l’ospitalità, cara Laura. A te e a tutte le fans del blog mando un affettuoso abbraccio. Arrivederci a presto! 
Bio
Maria Teresa Casella, anche nota come Theresa Melville, è autrice di romance storici e romanzi noir. Prima di dedicarsi alla narrativa a tempo pieno, è stata giornalista e copywriter, e ha curato l'ufficio stampa di aziende multinazionali. Theresa Melville è lo pseudonimo con il quale dal 1995 firma i romance storici, il genere caratteristico delle sue pubblicazioni nelle collane da edicola Mondadori. Con il suo vero nome firma i romanzi e i racconti noir, un genere al quale si dedica dal 2010 parallelamente al romance. Ha diretto la collana di narrativa Fleurs, Edizioni Mezzotints. Ha curato la rubrica Consigli di Scrittura per la Romance Magazine, Delos Editore. Ha pubblicato romanzi e racconti con Mondadori, Curcio, Carocci, Emmabooks, MilanoNeraEbook, Fanucci Leggereditore, Delos e in auto-pubblicazione. È una delle nove socie fondatrici di EWWA - European Writing Women Association, l’associazione di donne che operano nel campo della scrittura istituita nel 2013.

Gli aquiloni
Romain Gary
Neri Pozza
pag. 347
prezzo  € 11,90
e-book  €. 9,99

La Trama
È un giorno d'ombra e sole degli anni Trenta quando, dopo essersi rimpinzato e assopito sotto i rami di una capanna, Ludo scorge per la prima volta Lila, una ragazzina biondissima che lo guarda severamente da sotto il cappello di paglia. Ludo vive a Cléry, in Normandia, con suo zio Ambroise, «postino rurale» tornato pacifista dalla Grande guerra e con una inusitata passione: costruire aquiloni. Non è un costruttore qualunque. Da quando la "Gazette" di Honfleur ha ironicamente scritto che gli aquiloni dell'«eccentrico postino» avrebbero reso famosa Cléry «come i pizzi hanno costituito la gloria di Valenciennes, la porcellana quella di Limoges e le caramelle alla menta quella di Cambrai», Ambroise è divenuto una celebrità. Belle dame e bei signori accorrono in auto da Parigi per assistere alle acrobazie dei suoi aquiloni, sgargianti strizzatine d'occhio che il vecchio normanno lancia in cielo. Anche Lila vive in Normandia, benché soltanto in estate. Suo padre non è, però, un «postino spostato». È Stanislas de Bronicki, esponente di una delle quattro o cinque grandi dinastie aristocratiche della Polonia, detto Stas dagli amici dei circoli di giocatori e dei campi di corse. Un finanziere che guadagna e perde fortune in Borsa con una tale rapidità che nessuno potrebbe dire con certezza se sia ricco o rovinato. L'incontro infantile con Lila diventa per Ludo una promessa d'amore che la vita deve mantenere. Il romanzo è la storia di questa promessa, o dell'ostinata fede di Ludo in quell'incontro fatale. Una fede che non viene meno nemmeno nei drammatici anni dell'invasione tedesca della Polonia, in cui Lila e la sua famiglia scompaiono, e Ludo si unisce alla Resistenza per salvare il suo villaggio dai nazisti, proteggere i suoi cari e ritrovare la ragazzina biondissima che lo guardava severamente da sotto un cappello di paglia.

Recensione
Per molti la memoria è il bene più prezioso, per altri può rappresentare una condanna, e per pochi che ne hanno una storica, magari precisa e magari del proprio paese, può trasformarsi addirittura in condanna capitale.
Meglio avvisare, perché questo libro proprio di memoria narra.
Ludo ha una memoria prodigiosa e un’altrettanto prodigiosa capacità di calcolo, ma mentre la prima finirà per condizionare la sua vita, la seconda finirà per complicare, e non di poco, quella altrui.
La letteratura, fin da piccoli, c’insegna che è rischioso addentrarsi nei boschi, ma tace sui pericoli del loro limitare. Tra i pericoli spicca quel chiaroscuro in cui i raggi del sole sono soliti trastullarsi con le prime fronde degli alberi predisponendo un fondale in bianco e nero che sembra creato per enfatizzare solo alcuni colori. Magari l’oro ribelle di una chioma e l’azzurro imbronciato di un paio d’occhi. Un azzurro dispettoso, simile a quello che adesca gli aquiloni e li invita a perdersi nella sua sconfinata vastità. Colori destinati a fissarsi nella memoria, e non in una memoria qualsiasi, ma in una che li conserverà, li attenderà e li inseguirà finché il filo che lega il lettore a una piccola storia - perdonami Ludo - s’intreccerà con quello della Storia, perché in fondo vivere altro non è che prepararsi dei ricordi.
Tra Conti polacchi troppo ricchi o troppo poveri, alternativa di rilevanza trascurabile rispetto a quella dell’aggettivo determinativo, svenevoli Contesse che si allenano perdere i sensi per farsi trovare pronte a farlo fra le braccia di amanti di altissimo rango, e rampolli cui la genetica pare aver destinato tutta la saggezza e la maturità che ha voluto sottrarre ai genitori. Cuochi bretoni stellati e aspiranti cuochi tedeschi con stellette, aspiranti romanzieri la cui unica opera di fantasia, peraltro splendidamente riuscita, è la propria moglie, si dipaneranno la piccola e la grande storia, in un dramma sempre venato d‘ironia e comicità, perché, come c’insegna Gary, la comicità è un posto sicuro in cui ciò che è serio può rifugiarsi e sopravvivere, e l’ironia una dichiarazione di dignità, di superiorità dell’individuo su ciò che gli accade.
La scrittura di Gary pare piegarsi alla narrazione e assumere la leggerezza e la geometria che consentono di volare agli aquiloni del Postino Spostato, Ambroise Fleury, alla dolcezza del suo sorriso pacifico e pacifista, immancabile mentre fa fluttuare un Voltaire, un Diderot, un Rousseau o un Montaigne, e indelebile anche quando gli aquiloni dovranno volare sempre più bassi schiacciati dall’Occupazione, ma ostinati nel lanciare il loro muto appello a resistere o un ben più prosaico, ma non meno prezioso, riferimento topografico agli aerei in missione oltre le linee nemiche.
I capolavori di questa caratura non si commentano. 
Si leggono e si ammirano in silenzio.
Attenti a non farsi travolgere dalla sindrome di Stendhal.
Per una volta ho voluto fare un’eccezione.
                                                               Riccardo Gavioso

Varanasi 
Vera Lazzaretti
Unicopli
pag. 111
prezzo €10,20

Argomento
Varanasi è un viaggio attraverso una delle città più note dell'India. È un cammino su più livelli, che presenta vie possibili per passeggiare metaforicamente in questa città. Da un lato, un percorso attraverso una serie di tappe o momenti letterari, con i suoi autori - noti o sconosciuti - ripercorre la storia di una città in divenire, e delle sue trasposizioni letterarie; dall'altra parte, per ognuna di queste tappe si apre un percorso fatto di tracce, più impalpabili e fugaci, fotografi e della città, che si ispirano esplicitamente alle categorie che Calvino ha utilizzato per raccontare la città. È un viaggio volutamente tortuoso, perché fatto di frammenti e visioni parziali della città, prodotti in periodi diversi dalle menti più disparate - per esempio da sacerdoti compositori di glorificazioni, esploratori europei e colonizzatori, autori residenti in città e scrittori indiani cosmopoliti, ognuno con la propria prospettiva sulla città. Il tentativo è quello di smascherare i meccanismi che costituiscono le tante e potenti immagini stereotipate di Varanasi, per restituirle, infine, un po' di complessità.

Recensione
Per la collana Le città letterarie, Vera Lazzaratti ha scritto il bellissimo saggio dedicato a Varanasi.
Un gioiellino imperdibile per chi deve visitare la sacra città o per chi, avendola vista, desidera conoscerla meglio, trovare nuove chiavi di lettura, prepararsi ad un nuovo viaggio di scoperta.
Perché Varanasi è una città difficile e complessa, soprattutto agli occhi degli Occidentali.
Unica, antichissima, emozionante.
Varanasi è nuda veritas.
È la caduta definitiva di ogni illusione.
Una città da vedere e da rivedere.
Con un aiuto in più per comprenderla, come il prezioso saggio che ci guida attraverso miti, curiosità, filosofie e romanzi.
Ma anche strade, vicoli, elementi architettonici, toponimi.
Poiché nulla accade per caso.
Men che meno a Varanasi.
                                                 Giada Pauletto