sabato 24 marzo 2018


Charlene
Theresa Melville
Emma Books
pag. 220
e-book €3,99

La Trama
Torna in versione digitale uno dei romanzi più amati di Theresa Melville.
Parigi, 1824. Il sogno di Charlene di diventare scrittrice sembra realizzarsi quando, complice un fortunato incontro, inizia a posare come modella per il pittore Eugène Delacroix ed entra a far parte della cerchia degli autori romantici. La sua bellezza e il suo temperamento non passano inosservati, soprattutto allo scrittore russo Dimitri Ivashkov. Sorda alle voci che circolano sulla pessima reputazione dell’uomo, Charlene crede ingenuamente di aver trovato il vero amore. Si trova invece coinvolta in una vicenda da cui uscirà distrutta. Chiusa in un guscio di diffidenza, decisa a dedicarsi solo alla scrittura, Charlene sembra ormai incapace di abbandonarsi ai sentimenti, finché un uomo misterioso…

Recensione
Un romanzo affascinante, ricco di suggestioni e con una protagonista intensa, di grande temperamento, moderna e indipendente che saprà riscattare un passato di dolore e miseria per conquistare un ruolo importante nel mondo dell’arte. Già questo renderebbe la lettura gradevole e interessante, ma c’è di più, molto di più. Intanto la Parigi degli intellettuali, degli artisti dove la protagonista Charlene finirà per muoversi in un primo momento impacciata e timida e poi, via via, sempre più sicura e consapevole di se stessa. Ci perderemo fra bistro, caffetterie, teatri all’avanguardia frequentati da Delacroix, Victor Hugo, Honoré de Balzac, dall’ambigua, raffinata e algida George Sand con i suoi abiti eccentrici, da uomo. 
E poi c’è la passione malata, come quella che la protagonista sente per Dimitri, scrittore geniale, uomo tanto fascinoso quanto crudele che la farà soffrire fino alla sua rinascita sentimentale, grazie a un amore non facile ma profondo e autentico.
E soprattutto c’è l’arte di Charlene che, oltre che a posare come modella, sa scrivere e lo sa fare molto bene, tant’è vero che, grazie anche agli incoraggiamenti e al sostegno dei suoi amici artisti, sarà in grado di aprirsi una sua strada nel mondo della letteratura, sfidandone i pregiudizi e le riserve per arrivare al successo più completo, all’applauso più soddisfacente, quello che mette d’accordo pubblico e critica.
Un bel libro scritto bene, attenta la ricostruzione storica, efficaci le descrizioni, ben tratteggiati i personaggi.
E poi tutte, in fondo, vorremmo essere come la talentuosa, affascinante e vibrante protagonista.


Una breve chiacchierata per conoscere meglio Theresa Melville, l’autrice di Charlene.
Theresa, perché non ci racconti un po’ di te? Come e perché hai iniziato a scrivere?
La passione per la scrittura fa parte di me da sempre; è un amore viscerale, un’esigenza, una sfida continua, è un insieme di fattori emozionali, legati anche al mio carattere, che mi accompagna dall’adolescenza. Fin da allora, i miei sogni erano in quella pagina bianca che avevo fretta di riempire. Negli anni che hanno preceduto la decisione di dedicarmi alla narrativa a tempo pieno, mentre lavoravo nel giornalismo e successivamente come copywriter, in realtà non facevo che sperimentare vari livelli di scrittura, per costruire tramite l’esperienza le basi necessarie a fare della narrativa la mia professione.   

I tuoi romanzi appartengono prevalentemente al genere storico. Che motivazione ti ha portata a questa scelta? E che lavoro richiede questo tipo di romanzo?
Si trattò in principio di una scelta obbligata e insieme fortunata: il mio esordio nelle collane da edicola Mondadori avvenne nel 1995 con Anima Prigioniera, il primo romance storico che firmai come Theresa Melville; in quella occasione scoprii un modo alternativo di studiare la storia, e quanto fosse divertente calare vicende e personaggi in contesti del passato così ricchi di suggestioni e di spunti interessanti.  Anima Prigioniera andò molto bene, così continuai col filone degli storici e per i vent’anni successivi non scrissi che quelli. Naturalmente lo studio delle fonti è basilare; io svolgo le ricerche parallelamente alla messa a punto del soggetto, perché la trama dei miei storici è sempre strettamente connessa allo scenario socio-culturale in cui si dipana. 

Che cosa ispira Theresa e le sue storie? 
La mia fonte di ispirazione è immancabilmente la realtà; può trattarsi di un avvenimento, di un paesaggio, di un’immagine, di un dipinto come nel caso di Charlene, di un personaggio o di un certo evento storico, l’importante è che quello spunto sia ancorato al mondo reale, e che mi permetta di osservare la vicenda che ho in mente come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi. 
Tutte le mie storie, siano esse ambientate nel presente o nel passato, sono accomunate dal carattere della verosimiglianza, dal quale non potrei prescindere.

Veniamo a Charlene, un bel romanzo ambientato nella Parigi degli artisti. Come è nata l’idea?
L’idea arrivò folgorante, cosa che mi accade raramente perché di solito per costruire un soggetto impiego diversi giorni, e fin quando non ho messo nero su bianco i passaggi essenziali non procedo. Con Charlene andò diversamente; curiosavo in Internet tra le immagini di dipinti dell’ottocento francese, perché quello era il periodo storico che mi interessava, quando vidi la foto del quadro di Eugène Delacroix raffigurante una giovane donna dall’aria sgomenta, che ciò nonostante mi sembrò, per via dell’espressione e della postura, di temperamento forte. Poi lessi il titolo: Ragazza orfana al cimitero. La storia prese forma in pochi minuti, ne appuntai lo schema e scrissi subito l’incipit. Fu sensazionale. Naturalmente ho portato Eugène Delacroix dentro il romanzo, facendone uno dei comprimari.  

Charlene è una donna sicura, determinata, che non si lascia sconfiggere dalle vicissitudini che le capitano. Una protagonista intensa, che hai creato pensando a qualcuno in particolare? Quanto c’è di Theresa in Charlene?
Forse c’è di me una certa visione della vita, e cioè la tendenza a non perdersi d’animo, a non chinare il capo davanti alle peripezie, ma in verità il carattere di Charlene è tutto nello sguardo della fanciulla ritratta da Delacroix, in quel movimento della testa col quale sembra dire “malgrado voi, malgrado tutto, vado avanti per la mia strada”.

Hai un consiglio per chi ha un manoscritto che vorrebbe pubblicare?
Ecco il mio consiglio: lavorare sul testo con umiltà e precisione prima di sottoporlo a un editore. Secondo me, scrittori non si nasce, né ci si improvvisa. Pubblicare un romanzo non significa essere scrittori: significa aver posato il piede sul primo gradino di una lunga scalinata e sollevare lo sguardo verso l’alto, dove finisce la salita - un punto così distante che è impossibile vederlo. La scrittura è più grande dello scrittore, è più potente; imparare a controllare la scrittura richiede concentrazione, infinita pazienza, programmi a lungo termine e auto disciplina. Bisognerebbe revisionare il testo fino alla nausea. Le revisioni, e non a caso uso il plurale, costituiscono l’esperienza sul campo; servono ad acquisire familiarità con le parole, a maturare quella agilità espressiva che non è mai abbastanza. 

Mi interesserebbe conoscere la tua opinione riguardo al self-publishing e al ruolo che i social possono avere nella vita ed esperienza di un autore.
Il self-publishing è a mio parere una grande opportunità, e non solo per gli autori, visto che mette in luce professionisti che fino a qualche anno fa operavano generalmente nelle redazioni e nelle case editrici; gli editor, i traduttori, i correttori di bozze, i grafici e gli illustratori, oggi possono collocarsi autonomamente nell’ambito dell’editoria non solo digitale. 
Nell’ambito della scrittura, malgrado il potenziale positivo, è un fatto che agli occhi di molti il self-publishing sia sinonimo di dilettantismo, e che gli autori indipendenti siano considerati autori di serie B. Purtroppo non si tratta solo di pregiudizi: il self-publishing ha favorito l’immissione sul mercato digitale di una mole esagerata di testi acerbi sotto vari aspetti, prospettando una scorciatoia per arrivare al pubblico. Non si è pensato al rispetto di quel pubblico, che sentendosi ingannato ha reagito con giudizi trancianti. Credo che il self-publishing possa trovare al proprio interno una sorta di regolamentazione, ma ci vorrà del tempo.  
Riguardo ai social, penso che siano strumenti validissimi nelle mani di chi li conosce e abbia la capacità di mettere a punto una strategia di comunicazione. La riuscita dell’impresa però è tutt’altro che scontata. Io non ho attitudine per la tecnologia, e nella gestione dei social sono in difficoltà. Sono abituata ai rapporti diretti. Ho pubblicato con Mondadori per oltre vent’anni: in redazione mi sentivo a casa, gli editor erano dei punti di riferimento; la promozione non era tra le mie preoccupazioni, insomma, era tutto diverso. Quando ho deciso di affrancarmi perché volevo pubblicare col mio nome e cimentarmi col genere noir, mi sono trovata a sudare su un terreno impervio, social compresi. Tuttavia insisto. In buona sostanza, penso che dall’utilizzo dei social non si possa prescindere, e che le competenze vadano coltivate. 

Theresa e il futuro, ci sveli i tuoi progetti?
Al momento sto scrivendo un noir contemporaneo, un soggetto complesso al quale lavoro da tempo e nel quale credo molto. Sto poi covando l’idea di un giallo storico ambientato tra Italia e Francia al tramonto dell’era napoleonica; non mi dispiacerebbe una storia che si agganci all’ultimo libro della trilogia dei Tourangeau, Mai notte più dolce, uscito nei “Classic” Mondadori nel 2013. 
Intanto tengo a dire che sono felicissima di questa nuova edizione di Charlene e ringrazio Emma Books per l’opportunità; a tal proposito, posso anticiparti che sono in vista operazioni dello stesso tipo riferite ad altri titoli della mia produzione romantica. 
Concludo ringraziandoti di cuore per l’ospitalità, cara Laura. A te e a tutte le fans del blog mando un affettuoso abbraccio. Arrivederci a presto! 
Bio
Maria Teresa Casella, anche nota come Theresa Melville, è autrice di romance storici e romanzi noir. Prima di dedicarsi alla narrativa a tempo pieno, è stata giornalista e copywriter, e ha curato l'ufficio stampa di aziende multinazionali. Theresa Melville è lo pseudonimo con il quale dal 1995 firma i romance storici, il genere caratteristico delle sue pubblicazioni nelle collane da edicola Mondadori. Con il suo vero nome firma i romanzi e i racconti noir, un genere al quale si dedica dal 2010 parallelamente al romance. Ha diretto la collana di narrativa Fleurs, Edizioni Mezzotints. Ha curato la rubrica Consigli di Scrittura per la Romance Magazine, Delos Editore. Ha pubblicato romanzi e racconti con Mondadori, Curcio, Carocci, Emmabooks, MilanoNeraEbook, Fanucci Leggereditore, Delos e in auto-pubblicazione. È una delle nove socie fondatrici di EWWA - European Writing Women Association, l’associazione di donne che operano nel campo della scrittura istituita nel 2013.

Gli aquiloni
Romain Gary
Neri Pozza
pag. 347
prezzo  € 11,90
e-book  €. 9,99

La Trama
È un giorno d'ombra e sole degli anni Trenta quando, dopo essersi rimpinzato e assopito sotto i rami di una capanna, Ludo scorge per la prima volta Lila, una ragazzina biondissima che lo guarda severamente da sotto il cappello di paglia. Ludo vive a Cléry, in Normandia, con suo zio Ambroise, «postino rurale» tornato pacifista dalla Grande guerra e con una inusitata passione: costruire aquiloni. Non è un costruttore qualunque. Da quando la "Gazette" di Honfleur ha ironicamente scritto che gli aquiloni dell'«eccentrico postino» avrebbero reso famosa Cléry «come i pizzi hanno costituito la gloria di Valenciennes, la porcellana quella di Limoges e le caramelle alla menta quella di Cambrai», Ambroise è divenuto una celebrità. Belle dame e bei signori accorrono in auto da Parigi per assistere alle acrobazie dei suoi aquiloni, sgargianti strizzatine d'occhio che il vecchio normanno lancia in cielo. Anche Lila vive in Normandia, benché soltanto in estate. Suo padre non è, però, un «postino spostato». È Stanislas de Bronicki, esponente di una delle quattro o cinque grandi dinastie aristocratiche della Polonia, detto Stas dagli amici dei circoli di giocatori e dei campi di corse. Un finanziere che guadagna e perde fortune in Borsa con una tale rapidità che nessuno potrebbe dire con certezza se sia ricco o rovinato. L'incontro infantile con Lila diventa per Ludo una promessa d'amore che la vita deve mantenere. Il romanzo è la storia di questa promessa, o dell'ostinata fede di Ludo in quell'incontro fatale. Una fede che non viene meno nemmeno nei drammatici anni dell'invasione tedesca della Polonia, in cui Lila e la sua famiglia scompaiono, e Ludo si unisce alla Resistenza per salvare il suo villaggio dai nazisti, proteggere i suoi cari e ritrovare la ragazzina biondissima che lo guardava severamente da sotto un cappello di paglia.

Recensione
Per molti la memoria è il bene più prezioso, per altri può rappresentare una condanna, e per pochi che ne hanno una storica, magari precisa e magari del proprio paese, può trasformarsi addirittura in condanna capitale.
Meglio avvisare, perché questo libro proprio di memoria narra.
Ludo ha una memoria prodigiosa e un’altrettanto prodigiosa capacità di calcolo, ma mentre la prima finirà per condizionare la sua vita, la seconda finirà per complicare, e non di poco, quella altrui.
La letteratura, fin da piccoli, c’insegna che è rischioso addentrarsi nei boschi, ma tace sui pericoli del loro limitare. Tra i pericoli spicca quel chiaroscuro in cui i raggi del sole sono soliti trastullarsi con le prime fronde degli alberi predisponendo un fondale in bianco e nero che sembra creato per enfatizzare solo alcuni colori. Magari l’oro ribelle di una chioma e l’azzurro imbronciato di un paio d’occhi. Un azzurro dispettoso, simile a quello che adesca gli aquiloni e li invita a perdersi nella sua sconfinata vastità. Colori destinati a fissarsi nella memoria, e non in una memoria qualsiasi, ma in una che li conserverà, li attenderà e li inseguirà finché il filo che lega il lettore a una piccola storia - perdonami Ludo - s’intreccerà con quello della Storia, perché in fondo vivere altro non è che prepararsi dei ricordi.
Tra Conti polacchi troppo ricchi o troppo poveri, alternativa di rilevanza trascurabile rispetto a quella dell’aggettivo determinativo, svenevoli Contesse che si allenano perdere i sensi per farsi trovare pronte a farlo fra le braccia di amanti di altissimo rango, e rampolli cui la genetica pare aver destinato tutta la saggezza e la maturità che ha voluto sottrarre ai genitori. Cuochi bretoni stellati e aspiranti cuochi tedeschi con stellette, aspiranti romanzieri la cui unica opera di fantasia, peraltro splendidamente riuscita, è la propria moglie, si dipaneranno la piccola e la grande storia, in un dramma sempre venato d‘ironia e comicità, perché, come c’insegna Gary, la comicità è un posto sicuro in cui ciò che è serio può rifugiarsi e sopravvivere, e l’ironia una dichiarazione di dignità, di superiorità dell’individuo su ciò che gli accade.
La scrittura di Gary pare piegarsi alla narrazione e assumere la leggerezza e la geometria che consentono di volare agli aquiloni del Postino Spostato, Ambroise Fleury, alla dolcezza del suo sorriso pacifico e pacifista, immancabile mentre fa fluttuare un Voltaire, un Diderot, un Rousseau o un Montaigne, e indelebile anche quando gli aquiloni dovranno volare sempre più bassi schiacciati dall’Occupazione, ma ostinati nel lanciare il loro muto appello a resistere o un ben più prosaico, ma non meno prezioso, riferimento topografico agli aerei in missione oltre le linee nemiche.
I capolavori di questa caratura non si commentano. 
Si leggono e si ammirano in silenzio.
Attenti a non farsi travolgere dalla sindrome di Stendhal.
Per una volta ho voluto fare un’eccezione.
                                                               Riccardo Gavioso

Varanasi 
Vera Lazzaretti
Unicopli
pag. 111
prezzo €10,20

Argomento
Varanasi è un viaggio attraverso una delle città più note dell'India. È un cammino su più livelli, che presenta vie possibili per passeggiare metaforicamente in questa città. Da un lato, un percorso attraverso una serie di tappe o momenti letterari, con i suoi autori - noti o sconosciuti - ripercorre la storia di una città in divenire, e delle sue trasposizioni letterarie; dall'altra parte, per ognuna di queste tappe si apre un percorso fatto di tracce, più impalpabili e fugaci, fotografi e della città, che si ispirano esplicitamente alle categorie che Calvino ha utilizzato per raccontare la città. È un viaggio volutamente tortuoso, perché fatto di frammenti e visioni parziali della città, prodotti in periodi diversi dalle menti più disparate - per esempio da sacerdoti compositori di glorificazioni, esploratori europei e colonizzatori, autori residenti in città e scrittori indiani cosmopoliti, ognuno con la propria prospettiva sulla città. Il tentativo è quello di smascherare i meccanismi che costituiscono le tante e potenti immagini stereotipate di Varanasi, per restituirle, infine, un po' di complessità.

Recensione
Per la collana Le città letterarie, Vera Lazzaratti ha scritto il bellissimo saggio dedicato a Varanasi.
Un gioiellino imperdibile per chi deve visitare la sacra città o per chi, avendola vista, desidera conoscerla meglio, trovare nuove chiavi di lettura, prepararsi ad un nuovo viaggio di scoperta.
Perché Varanasi è una città difficile e complessa, soprattutto agli occhi degli Occidentali.
Unica, antichissima, emozionante.
Varanasi è nuda veritas.
È la caduta definitiva di ogni illusione.
Una città da vedere e da rivedere.
Con un aiuto in più per comprenderla, come il prezioso saggio che ci guida attraverso miti, curiosità, filosofie e romanzi.
Ma anche strade, vicoli, elementi architettonici, toponimi.
Poiché nulla accade per caso.
Men che meno a Varanasi.
                                                 Giada Pauletto

domenica 4 marzo 2018


La fragilità del leone
Antonella Sbuelz
Forum Editrice Universitaria Udinese
pag. 200
prezzo  €14,97
e-book €10,99

La Trama
Estate 1797. In una Venezia inedita, occupata dai soldati napoleonici, sotto un ponte appartato affonda un corpo con il volto nascosto da una maschera. Estate 1798. In una selvaggia laguna friulana – regno di cannaroli e contrabbandieri – si incontrano Nastasia e Thomas, entrambi in fuga da qualcosa. Lei ha solo diciassette anni e un travestimento di fortuna per celare la sua vera identità; lui, pittore inquieto, ha abbandonato Bamberga per cercare la luce del sud. In un’estate di imprevisti e di passioni destinati a cambiarli per sempre, le loro vite si intrecciano a quelle di Alvise e Lucrezia, patrizi dal passato inconfessabile ed eredi di un eden dorato ormai giunto alla fine. Con ritmo da intreccio giallo, La fragilità del leone racconta una storia senza tempo: l’aspirazione a essere se stessi, la lotta a convenzioni e ipocrisie, l’amore tra un uomo e una donna e le forme di altri amori, coraggiosi. Sullo sfondo, rievocate fedelmente, luci e ombre della Serenissima nel suo estremo momento di vita: l’epilogo di una potenza sontuosa e fragile, l’esplosione di ideali libertari, il fermento di tensioni sociali che chiuderanno per sempre un mondo, inaugurandone uno nuovo.

Recensione
La penna delicata di Antonella Sbuelz ci regala un romanzo intenso, intrigante e coinvolgente, la cui trama si snoda fra la Repubblica di Venezia ormai morente sotto i colpi dell’armata napoleonica e la bassa friulana con le sue lagune, le sue paludi e i suoi canneti, dove si aggirano Natasia e Thomas. Lei, poverissima, fa la contrabbandiera e, travestita da uomo, vaga vendendo foglie di tabacco, lui è un pittore tedesco di Bamberga, venuto a Venezia per raffinare la sua arte e, dopo varie vicissitudini, allontanatosi dalla Serenissima.
Hanno alle spalle storie e realtà differenti che finiranno per incontrarsi e per incrociarsi con la vicenda di due patrizi veneziani, Alvise  e Lucrezia e della loro figlia Luisa.
L’autrice disegna con tratto sicuro personaggi di grande intensità e spessore e ci regala due figure femminili vibranti: Nastasia, orgogliosa, fiera, determinata  e testarda eppure allo stese tempo delicata e fragile. A lei, popolana, fa da contrappunto la bella e sensuale Lucrezia, nobildonna sposa per doveri di casato a un uomo che non la può amare e madre di una bimba, Luisa, che Thomas era stato chiamato a ritrarre. 
Thomas è un giovane forte, determinato, capace di un’ironia che rende tutto più facile e che poco ha che spartire con l’ormai stanco cinismo e disincanto di Alvise, con le sue passioni inconfessabili fra gioco e amori proibiti, la sua incapacità di reggere il peso della storia delle tradizioni familiari, fin troppo importanti e pressanti per lui che, come gli altri aristocratici veneziani, assisterà impotente alla fine della Serenissima, di un’epoca grande e irripetibile. 
Alvise e Lucrezia sono entrambi vittime del loro tempo e dei loro segreti, Thomas e Nastasia non hanno null’altro che la loro gioventù e la passione, l’energia che questa regala. Che permetteranno loro di dare un’opportunità alla piccola Luisa, alla discendente di quel Leone di San Marco che la storia ha travolto ma che avrà pur sempre una sua eterna continuità.
Prosa elegante, accurata ricostruzione storica, personaggi tratteggiati con grande efficacia, La fragilità del leone è un romanzo che fin dalle prime righe attrae il lettore, lo appassiona unendo sapientemente storia e vita, mistero e realtà, disillusione e speranza, passato e futuro.


Una chiacchierata interessante e profonda con Antonella Sbuelz, scrittrice, poetessa, docente.

Antonella, come è nata l’idea di questo romanzo?
Questa storia - come diverse altre mie storie - è nata da un’immagine: l’immagine di una giovanissima contrabbandiera friulana. I capelli scompigliati, un cappellaccio schiacciato in testa, un paio di zoccoli ai piedi, una fascia sui fianchi ancora magri, due pesanti bisacce a tracolla con un segreto carico di frodo. Una ragazzina costretta a crescere in fretta e a fare del contrabbando di tabacco una fonte di reddito essenziale per sé e per la sua famiglia, in anni - quelli della fine del Settecento – in cui le carestie e le guerre avevano messo in ginocchio la già fragile economia delle campagne friulane e venete. Ora: prendiamo una giovanissima friulana senza più padre, con la famiglia già gravemente colpita dalla pellagra e con due fratelli più grandi che si sono aggregati a una delle varie bande di briganti della zona. Come può girare liberamente una ragazza di diciassette anni, in territori infestati da truppe di passaggio, disertori, contrabbandieri, malfattori e giramondo scapestrati che vivono di piccoli espedienti? Solo nascondendo la sua identità femminile. Ed è così che infatti farà Nastasia. La troviamo travestita da ragazzo, e costretta a fare i conti con tutto ciò che questo travestimento comporta. Ne derivano gesti imprevisti, scelte talvolta drastiche, attività a tratti esilaranti. Ma se questo libro è nato da una precisa e nitida immagine - quella di Nastasia travestita da uomo - poi quello spunto iniziale si è man mano alimentato di un interesse che credo di provare sempre, quando inizio a scrivere un nuovo romanzo: l’interesse per i momenti di passaggio, per le situazioni di soglia, per quelli che io chiamo mondi di confine. E non solo in senso geografico: si  tratta infatti di realtà in  bilico, sospese sul vuoto come funamboli che procedono pericolosamente su un filo e che trascinano con sé contrasti e complessità spesso estremi, e affascinanti proprio perché estremi. In questo caso, i contrasti sono molti: innanzitutto il contrasto fra l’aristocrazia veneziana - raffinata e gaudente - e i senzavoce e senzastoria, ovvero gli strati più umili di chi vive ai margini dell’impero. Ma si impone anche la contrapposizione fra centro di potere e periferie: una tematica di estrema e scottante attualità. E poi, ancora, emerge il contrasto tra la città di Venezia, che celebra se stessa anche attraverso l’opera di noti artisti e architetti, e la campagna friulana: le terre di bonifica infestate dalla malaria, la bellezza degli spazi aperti  e soprattutto il mondo magico e selvaggio della laguna ai margini fra Veneto e Friuli, che rappresenta a sua volta una dimensione sospesa fra terra e acqua, fra canneti e cielo. Ma nel romanzo un ruolo importante è assunto anche dalla  contrapposizione fra potere e sentimenti, fra cuore e ragione, fra ragioni dei sentimenti e ragioni della ragione. E la ragione è qui soprattutto quella, imperativa, del ceto a cui si appartiene, mentre il cuore non è solo il diritto a vivere liberamente un amore, ma è anche il diritto a essere se stessi. Ed è infine anche l’aspirazione, come dice bene la storica Tiziana Plebani nella postfazione, a essere felici. Un diritto che all’epoca della mia storia è appena stato sancito dall’Illuminismo, e che ogni personaggio, a suo modo, cercherà di fare proprio.
Ho letto e apprezzato Greta Vidal, un’altra tua protagonista forte, determinata, una donna che sceglie  di sfidare le regole del suo tempo come in definitiva fanno Lucrezia e Nastasia, ognuna a suo modo. Quanto di Antonella c’è nelle tue figure femminili? Che cosa le ispira?
Credo che ogni scrittore finisca per rovesciare inevitabilmente una parte di sé nei personaggi che crea. Ma in questo gioco di specchi e di alchimie empatiche è difficile, per l’autore, dire di più. Certo, i miei personaggi femminili sono spesso piuttosto forti, cocciuti, determinati, curiosissimi del mondo e di sé, teneri e spigolosi al tempo stesso, poco propensi al compromesso, capaci di procedere controcorrente e di pagarne le conseguenze... e in parte, naturalmente, io mi ci riconosco. Ma poi, quando scrivo l’ultima pagina e la storia viene pubblicata, quelle figure non sono più mie: diventano di ogni lettore, di ogni lettrice. Ed è giusto che ognuno li legga attraverso la sua personale sensibilità e attraverso la lente, personalissima, del proprio vissuto. La chiave di lettura che ne risulta non può che esser diversa per ciascuno.
Viviamo un periodo difficile, forse oscuro. Credi che la frase Historia magistra vitae abbia ancora un senso, un significato o che stiamo dimenticando il suo profondo valore e ce ne stiamo allontanando?
La Storia potrebbe essere ancora, almeno in parte, magistra vitae. Solo che noi siamo pessimi allievi. Personalmente, ho sempre amato la  Storia e la microstoria.  Nella mia infanzia ci sono stati alcuni “grandi vecchi”, nonni o prozii, che io amavo molto ascoltare.  Avevano alle spalle  storie - sommesse e potenti - di emigrazioni, di guerre in Libia, di guerre sul fronte orientale, di ritirata dalla Russia, di carcere duro durante il fascismo.  Il mio primo rapporto con la Storia – quella che a volte si scrive con la maiuscola, anche se non sempre è una maiuscola meritata – è passato attraverso i loro volti e le loro parole. Ho capito – ho sentito – fin da quando ero ragazzina che, per dirla con De Gregori, la storia siamo noi, nessuno si senta escluso. E oggi realizzo più che mai che il passato non passa.  Nazionalismi feroci, populismi xenofobi, terrore e rifiuto  di fronte alle ondate di profughi che si vorrebbero ricacciare indietro.... ieri erano ebrei, o armeni, oggi sono altri, e provengono da altre zone del pianeta. Ma i meccanismi – le reazioni – sono spaventosamente simili. Personalmente, scrivo di storia non per evitare di parlare del presente,  ma perché sento di poter comprendere  meglio il presente –  certi suoi  tratti, certe sue contraddizioni -  se  leggo il nostro  presente attraverso la lente di ingrandimento del passato.  Che ci piaccia o no, noi siamo ciò che siamo stati e ciò che ricordiamo , consapevolmente, di essere stati. Siamo la nostra storia e la nostra memoria. A distanza di tutti questi anni, mi piace ancora, quella canzone di De Gregori: la storia siamo noi, nessuno si senta offeso. Nessuno si senta escluso.
Tu sei un’autrice friulana, secondo te ha un senso, un significato concreto parlare di una letteratura del Nord Est?  Quanto conta, da questo punto di vista, vivere in una  terra e realtà sicuramente particolari come il Friuli Venezia Giulia?
Si tratta di una questione estremamente complessa, che non sarebbe  facile – né giusto - schematizzare in poche righe. Mi limiterò a dire che per me ha un senso profondo, osservare e raccontare il mondo da quell’osservatorio  specifico e speciale che è il nord est.  Il Friuli, poi, collocato a nord est del nord est, è un concentrato di nordestitudine. Credo che nessun altro territorio italiano sia stato travolto, devastato e connotato dalla storia come il Friuli Venezia Giulia: non solo qui le guerre mondiali sono state combattute “in casa”, ma a questa piccola regione di confine non è mancato nulla delle grandi tragedie collettive del Novecento: strappi, conflitti, massicce emigrazioni, profuganze traumatiche come quella di Caporetto, guerra fredda e servitù militari particolarmente pressanti per la presenza dei confini orientali e di tutto ciò che tali confini comportavano, terremoti devastanti come il sisma del 76, ricostruzioni impegnative ma riuscite, basate su modelli di condivisione democratica di decisioni e responsabilità... questo è un territorio sofferto dal punto di vista storico.economico, contaminato e plurimo dal punto di vista culturale e identitario. Tutto questo non può che incidere su chi ci vive, ci lavora, ci studia, ci produce letteratura, arte, cultura. Ma la sfida fondamentale resta una, a mio parere: non trasformare questa storia e questa identità in chiusura localistica, bensì in paradigna di altre storie, altre identità, altre sofferenze e resistenze. Sofferenze e resistenze che purtroppo oggi non mancano di certo, come tutti sappiamo.
In un futuro la tua penna cosa ci regalerà?
È pronto un altro romanzo, questa volta ambientato nell’imminenza dello scoppio della seconda guerra mondiale: una storia che si snoda fra intreccio giallo e narrazione storica. Sullo sfondo, l’emanazione delle leggi razziali e una piccola isola di confino. Dovrebbe uscire entro la fine dell’anno. Ma, per scaramanzia, non dirò di più.  E poi c’è la poesia, altra grande passione di una vita. Il mio primo e mai rinnegato amore. Sto lavorando a una raccolta che ormai è quasi conclusa. Nel frattempo, sto seguendo le traduzioni in francese e in inglese di un paio dei miei romanzi, partecipo a convegni, lavoro nell’ambito della Commissione Pari Opportunità di Udine e nelle giurie di cinque premi, promuovo cultura in vari modi... E concilio il tutto con l’insegnamento in un liceo. Amo molto il mio lavoro. Lavorare con i ragazzi sfianca, ma coinvolge  e appassiona. A volte sono stremata, ma questi  versanti diversi mi obbligano a diverse sfide: non rinuncerei a nessuna. Per ora va bene così.
Bio
Antonella Sbuelz ha studiato a Trieste, Verona e Losanna. Vive a Udine. Scrive narrativa e poesia, con alcune incursioni saggistiche, infittitesi dopo il dottorato svizzero in Letteratura moderna. Tra i suoi romanzi La fragilità del leone (Ed. Universitaria Forum, 2016;  Premio Selezione Raccontami la Storia-Chieti), Greta Vidal (Frassinelli, 2009; pubblicato in Inghilterra nel 2013, analizzato nell’ambito di  convegni  universitari anglosassoni e americani; Premio  Selezione Volterra-Ultima frontiera), Il movimento del volo  (Frassinelli, 2007; premi Biblioteche di Roma, Città di Predazzo,  Caterina Percoto; finalista Premi  Rhegium Julii e Domenico Rea) e  Il nome nudo (Moby Dick, 2001). Tra le ultime raccolte poetiche, Transitoria (Raffaelli, 2011;  prefazione di  Davide Rondoni; Premi Colline di Torino; Alberona; Città di Forlì), La prima volta delle cose (2016),  La misura del vicino e del lontano (Raffaelli, 2016,  prefazione di  Davide Rondoni; Premio Caput Gauri; finalista Premi Acqui Terme e Raffaele Crovi). Numerose le pubblicazioni su riviste e antologie.  Per le narrativa e la poesia ha ricevuto oltre una ventina di premi. (Tra gli altri: Alpi Apuane, San Domenichino,  Leone di Muggia, Donne di Monferrato, Città di Forlì, Alberona,  Città di Recanati, Alda Merini, Laurentum-Roma.) È stata tradotta in inglese, francese e croato. Insegna presso il liceo Malignani di Udine, conduce laboratori di scrittura creativa, collabora con riviste culturali e – folgorata a suo tempo da Menocchio, splendidamente resuscitato da  Carlo Ginzburg ne Il formaggio e i vermi – non smette di occuparsi cocciutamente di microstoria.
https://vibrisse.wordpress.com/2014/05/19/la-formazione-della-scrittrice-19-antonella-sbuelz/

L’amante di Calcutta
Sujata Massey
BEAT
pag. 557
prezzo  €7,65
e-book €6,99

La trama
Piccola orfana che, in una scuola inglese in India, passa lo straccio nella sala da pranzo e serve il bed tea alle insegnanti ancora assonnate, la protagonista di queste pagine sente un giorno leggere L'isola del tesoro, Il libro della giungla, e ancora Virginia Woolf e Steinbeck, e scopre che cosa vuole fare da grande: lavorare con i libri. E, magari, diventare una brava insegnante. Spinta da una forza di volontà fuori dal comune, ogni notte, dopo il lavoro, studia ì'Oxford English Dictìonary cercando di apprendere il più possibile. Quando, però, sembra aver fatto passi da gigante, nella scuola scoppia uno scandalo e la ragazza è costretta a fuggire a Kharagpur, una città insidiosa, violenta, in cui alle donne sole è permesso lavorare soltanto nei postriboli. Dopo nuove fughe e imprevedibili rivelazioni, il caso la conduce a Calcutta dove incontra un affascinante funzionario del governo inglese che le offre di lavorare nella sua biblioteca. È l'occasione per diventare quello che ha sempre voluto essere: una donna istruita, libera e innamorata.

Recensione
L'amante di Calcutta di Sujata Massey è un titolo che non rende giustizia al libro. Fuorviante, vagamente respingente. In realtà, l'originale The sleeping Dictionary era senza dubbio più evocativo e più fedele al senso del romanzo.
Infatti, benché la protagonista segua la scia dickensiana delle sventurate eroine ottocentesche, a cui accade di tutto e miracolosamente riescono a sopravvivere e ricominciare (grazie alla provvidenza, al buon cuore di altri diseredati, all'amore che poco verosimilmente chiude gli occhi davanti a infamie, violenze, prostituzione e figli illegittimi e redime la sventurata offrendo matrimonio, riscatto, sociale ricchezza e pure adozione di prole), il vero senso del romanzo non è il lieto fine alla Bollywood, né la descrizione di un'India dolente sotto il giogo inglese, ma il fascino dei libri, della parola scritta, della lettura.
Per tutto il romanzo, la rocambolesca eroina inseguirà i libri, il miraggio della Lingua scritta (poco importa se quella dei conquistatori), le poesie di Tagore, le riviste coi discorsi di Gandhi.
Ed in questo amore incondizionato che sarà la cara salvezza ed il vero riscatto, risiede tutta l'originalità del personaggio con mille nomi, resiliente, umile ma orgogliosa, sventurata a miracolata, prostituta e regina.
Un personaggio che può essere metafora della stessa India.
                                                                                Giada Pauletto

Lacci
Domenico Strarnone
Einaudi
pag. 133
prezzo  €14,87
e-book €9,00

La Trama
"Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie". Si apre cosi la lettera che Vanda scrive al marito che se n'è andato di casa, lasciandola in preda a una tempesta di rabbia impotente e domande che non trovano risposta. Si sono sposati giovani all'inizio degli anni Sessanta, per desiderio di indipendenza, ma poi attorno a loro il mondo è cambiato, e ritrovarsi a trent'anni con una famiglia a carico è diventato un segno di arretratezza più che di autonomia. Perciò adesso lui se ne sta a Roma, innamorato della grazia lieve di una sconosciuta con cui i giorni sono sempre gioiosi, e lei a Napoli con i figli, a misurare l'estensione del silenzio e il crescere dell'estraneità. Che cosa siamo disposti a sacrificare, pur di non sentirci in trappola? E che cosa perdiamo, quando scegliamo di tornare sui nostri passi? Perché niente è più radicale dell'abbandono, ma niente è più tenace di quei lacci invisibili che legano le persone le une alle altre. E a volte basta un gesto minimo per far riaffiorare quello che abbiamo provato a mettere da parte. Domenico Starnone ci regala una storia emozionante e fortissima, il racconto di una fuga, di un ritorno, di tutti i fallimenti, quelli che ci sembrano insuperabili e quelli che ci fanno compagnia per una vita intera.

Recensione
Quando il matrimonio da legame diventa laccio, è possibile andarsene senza inciampare?
Naturalmente la risposta non ve la darò io, ma Domenico Starnone con questo breve romanzo che è un piccolo gioiello. E lo farà servendosi di ben tre voci narranti e di molteplici prospettive temporali, che dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la sua grande capacità di approfondimento psicologico e la sua invidiabile tecnica di scrittura.
Lacci è la storia nitida del crollo di un matrimonio, del suo rumore che persiste come un acufene, la storia di ferite che possono smettere di sanguinare, ma che non possono rimarginarsi, di danni che si protraggono nel tempo e delle loro conseguenze che emergono, imprevedibili e spietate, da un mare ormai calmo.
Questo groviglio di sentimenti e di felicità avvizzite, ci regalano uno "Stoner" italiano che non sfigura rispetto a quello del romanzo di Williams, semmai rendendo questa figura letteraria più fruibile per il lettore.
                                                                                        Riccardo Gavioso