Daniela Lojarro


Una chiacchierata davvero stimolante con Daniela Lojarro, scrittrice e musicista, insegnante e donna dai molteplici interessi.

Daniela, musicista, cantante, insegnante e scrittrice… e che altro ancora?
Sono una donna appassionata e passionale. Ho la possibilità di svolgere le attività che amo e questo credo che sia impagabile. Non è facile e scogli ne ho trovati sulla mia strada da superare e di tutte le dimensioni: ho lavorato sodo per raggiungere gli obiettivi che desideravo ma ho sempre avuto l’appoggio della mia famiglia e di mio marito che mi hanno sostenuto nelle mie scelte di carriera e repertorio. Coltivo la passione per la musica, la lettura, i viaggi, la cucina (tra un capitolo e l’altro o tra un gorgheggio e l’altro o tra una seduta di terapia e l’altra sforno torte, pizze, lasagne …). Amo le passeggiate nel bosco: sono nata a Torino ma non ho mai abitato in città e anche a Zurigo, dove abito da quando mi sono sposata, ho il bosco a 5 minuti da casa e posso andarci in qualsiasi momento per rilassarmi, per pensare al canto, alla scrittura o alla terapia per un cliente. Adoro il mare e le passeggiate nelle pinete o in riva al mare o sulla scogliera per riempirmi gli occhi di luce, colori e odori. Da bambina sognavo di poter fare “da grande” la turista: in un certo qual modo ho realizzato quel sogno perché la mia attività di cantante mi ha portato da Seoul a Berlino, da Miami a Londra e così via. Sicuramente girare il mondo come turisti è più rilassante ma rimanere in una città alcuni di mesi ed essere a contatto con la realtà lavorativa o semplicemente disbrigarsi  per fare la spesa in un negozio dove parlano solo afrikaans arricchisce in maniera più profonda. S’impara anche il valore della solitudine o del sorriso del custode del teatro che ti aiuta a tornare a casa all’una di notte dopo la recita quando tutti sono andati via e si è soli e stanchi. L’uomo può essere, come abbiamo visto in questi giorni, di una crudeltà contro i suoi simili senza confronto alcuno con altre specie esistenti sulla Terra ma anche grandioso quando tende la mano o ti abbraccia. Forse è il nostro mistero più grande.

La tua vita è dedicata all’arte, come si compenetra la Daniela cantante e musicista con la Daniela scrittrice?
Sono abituata a pensare ai vari ambiti cui mi dedico come diverse sfaccettature del mio modo di essere. Non riesco sempre a svolgere tutto contemporaneamente e ci sono periodi in cui mi dedico di più alla scrittura, altri in cui privilegio il canto e altri ancora in cui principalmente svolgo la mia attività di musico-terapista. Ciò che unisce e accomuna i vari aspetti, direi quasi il marchio di fabbrica della mia personalità, è il comunicare emozioni e risvegliarle. Come cantante e musicista, questo significa conferire la sfumatura giusta a note e parole (nel melodramma è importante anche il libretto!) affinché trasmettano il movimento dell'animo che sta alla base del pensiero creativo del compositore a chi ascolta. Come scrittrice, cerco la parola, fra tutte quelle che usiamo nelle relazioni sociali quotidiane, capace di suscitare nel lettore la vibrazione legata all’emozione come se la stesse vivendo o rivivendo. In entrambi i casi sono alla ricerca della risonanza che mi pare più consona o dell'accordo che faccia vibrare e che metta, appunto, in risonanza scrittore e lettore. L’affetto con cui i fans ancora oggi mi contattano testimonia che questi legami creati dall’aver condiviso certi attimi restano indissolubili nel tempo e nonostante la lontananza. Posso dire lo stesso con i primi lettori o recensori del mio libro: mi scrivono sui social, ci scambiamo auguri, si tengono informati dei progetti tentando di scoprire l’evoluzione di un certo personaggio oppure cosa accadrà a un altro. Perfino i clienti che vengono a fare terapia restano in contatto e ritornano per un breve ciclo di sedute di ascolto o di lavoro con la voce perché li fa sentire bene.

Perché e quando hai sentito l’esigenza e la necessità di scrivere? Che motivazione ti ha spinto a farlo? Potremmo dire che da interprete hai sentito l’esigenza di trasformarti in autore?
Da bambina scrivevo storie che poi mettevo in scena con le mie amiche oppure che raccontavo ai “grandi”. Anche dopo le prove o le recite, buttavo giù le impressioni elaborate durante la giornata o lo spettacolo, quasi una sorta di terapia: al momento di fare la valigia, però, finiva tutto nel cestino. Il desiderio di scrivere si è incuneato fra l’attività artistica e quella di terapista. Non sono passata dai grandi ruoli del Melodramma italiano all’Audio-fonologia di colpo ma si è trattata di una ricerca interiore tumultuosa finché non ho trovato le risposte alla mia inquietudine. In questo momento di trasformazione è sbocciata la passione per la scrittura come spinta interiore, come necessità di elaborare letture, passioni, emozioni, ricordi prima di compiere il salto. In fondo musica e parole hanno radice comune: la vibrazione, l’onda sonora che nel romanzo io definisco Suono Sacro che in fisica si misura in hertz. Non penso che si tratti di cambiare ruolo, da interprete ad autore, quanto piuttosto il bisogno di provare nuove strade per esprimermi.

Come è nata l’dea di scrivere un fantasy?
Il fantasy classico fa parte delle mie diverse passioni di lettrice. Il fantasy, come del resto l’espressione artistica in generale, non è solo una lettura d’evasione. Si tratta di un genere letterario in cui gli elementi dominanti sono il soprannaturale, l’allegoria, il simbolo e il surreale. Si è sviluppato nella seconda metà dell’800 ma vanta illustri antenati: basta pensare al bagaglio di miti e leggende che vanta ogni popolo, riconducibile a eventi sovrannaturali o ad atti eroici impossibili,  allegorie della lotta tra bene e male. L’arte ha da sempre un effetto catartico: il lettore o lo spettatore, identificandosi con il protagonista, partecipa delle sue emozioni, dei suoi dolori, delle sue gioie, vivendo le sue avventure, le sue scoperte, i momenti tristi e lieti traendone spunti di riflessione su se stesso e sulla società, maturando. Come un’importante tradizione ormai ci ha dimostrato, da G. Jung alla M. von Franz, ogni storia, ogni mito, ogni favola, anche la più assurda e lontana dalla realtà, tratta dell’umanità e dei suoi problemi universali, offre esempi di soluzione delle difficoltà in un linguaggio che arriva direttamente oltre ogni barriera logica. Nelle vicende dei personaggi e nelle scelte che compiono confrontandosi con il mondo, ho nascosto i temi che più mi stanno a cuore: amore in tutte le sue declinazioni dall’amicizia all’amore passionale, erotico; impegno nel sociale, responsabilità nei confronti del prossimo, lealtà e chiarezza nei legami di qualunque genere, impegno civile, rispetto e tolleranza. Non oso parlare di altruismo e bene comune come beni supremi per l’uomo, non sono così idealista o sognatrice; ma restano per me alla base della possibilità per l’uomo, anche della nostra epoca, di svilupparsi … E per sviluppo non intendo quello tecnologico che dovrebbe essere solo un mezzo non un fine da perseguire. Non si tratta di vincere o perdere ma di comprendere che la vita è un cammino in continuo divenire, soggetto a grandi rivolgimenti. L’importante, come diceva Samuel Beckett è «Fallire – Provare di nuovo – Fallire ancora – Fallire meglio».

Raccontaci del tuo romanzo Fahyron e della saga di cui fa parte.
Nel regno di Arjiam, Fahryon, neofita dell'Ordine sapienziale dell'Uroburo, e Uszrany, cavaliere dell'Ordine militare del Grifo, si trovano coinvolti nello scontro tra gli adepti dell'Armonia e della Malia, due forme di magia che si contendono il dominio sulla vibrazione del Suono Sacro. Le difficoltà con cui sono messi a confronto durante la lotta per il possesso di un magico cristallo e del trono del regno, permettono ai due giovani di crescere e di diventare consapevoli del loro ruolo e delle loro responsabilità in questa guerra per il potere sul mondo e sugli uomini. I due giovani, quindi, si trovano a fronteggiare nemici e ambienti totalmente differenti: Fahryon si muove nell’ambito della magia legata alle vibrazioni del Suono Sacro e quindi su un piano spirituale intriso di esoterismo; Uszrany, invece, come Cavaliere, rappresenta la parte epica del romanzo con duelli, intrighi politici e guerre civili. A fare da tramite fra questi due mondi c’è l’affascinante nobile Mazdraan: un tempo Magh, ora Primo Cavaliere del regno di Arjiam che tiene le fila del complotto politico ma anche di quello “magico”. Considero il mondo di Arjiam come un mondo parallelo al nostro: ha le radici nel nostro tardo medio evo per la struttura sociale; nella cultura mediterranea e mediorientale per il sostrato che lo nutre ma è come se a un certo punto avesse preso la sua strada scostandosi dalla storia che conosciamo, sviluppando diversamente le opportunità che anche al nostro mondo erano state offerte. L’idea di questo mondo è nata da una forte impatto visivo ed emotivo avuto visitando la Gola del Furlo e un scavo archeologico in corso a Fossombrone nelle Marche. La strada romana a picco sul torrente e l’antichissima galleria scavata nella roccia si sono così trasformate nella strada e nel portale che mi hanno condotto ad Arjiam dove ho trovato i personaggi in attesa … o in cerca d’autore! Infatti, I personaggi principali si sono manifestati per primi e fin dall’inizio abbastanza chiaramente. Però prima di buttarmi nelle loro vicende o creato minuziosamente la storia, la società, il tipo di cultura, architettura del mondo in cui si sarebbero trovati ad agire: senza queste premesse sarebbe stato per me impossibile delineare lo sviluppo di un personaggio all’interno di quel determinato contesto. Non era mia intenzione usare la magia a casaccio o come deus ex machina per cavare d’impaccio i protagonisti e far progredire l’intreccio: la magia di Arjiam è vincolata a precise condizioni e i personaggi, nello scontro tra i due aspetti della magia, quello positivo l’Armonia e quello negativo la Malia, ne sono vincolati. Lo sviluppo delle idee di base mi ha preso, perciò, molto tempo. Poi, ho scritto di getto, lasciando di tanto in tanto “riposare” per riprendere in mano successivamente, completando a strati, ampliando, eliminando, spostando o inserendo nuovi personaggi. Avevo un punto d’inizio fermo e la fine: la strada che ho percorso era in continua evoluzione. Ho attraversato anche periodi di rifiuto totale della scrittura ma non li definirei dei blocchi. Semplicemente avevo bisogno di momenti di riflessione per vagliare le possibilità di sviluppo di un personaggio. Dal punto di vista della scrittura ho alternato di proposito monologhi riflessivi dei personaggi, scene di dialoghi con grande attenzione ai dettagli espressivi del tono della voce, delle reazioni fisiche a movimenti d’animo, emozioni o ai fatti che stanno accadendo. Ritengo molto importante anche differenziare, soprattutto in questo genere, il vocabolario e l’atteggiamento vocale dei personaggi in relazione alla loro posizione sociale. Essenziale, inoltre, le descrizioni dei paesaggi o degli ambienti per permettere al lettore di entrare nel mondo che ho creato con la mia fantasia e lasciarsi avvolgere dalle atmosfere in cui vivono i personaggi. I personaggi del mio libro nascono dall’osservazione di persone colte nella quotidianità in sinergia con la rielaborazione di emozioni, impressioni e ricordi personali. Abituata al lavoro in teatro, nello scrivere mi sono identificata in tutti. Per ogni frase o pensiero, ho sempre cercato di mettermi nei panni di quel personaggio e di farlo agire secondo la sua personalità, la sua condizione sociale e psicologica e per il fine che si proponeva di raggiungere, caratterizzandolo anche con espressioni mimiche o tic nervosi che possono apparire in momenti di tensione emotiva. 

Come nasce e si sviluppa la teoria del Suono Sacro che ritroviamo all’interno del libro?
La mia passione per la musica prima come cantante e ora come terapista è alla base dell’interesse generale che nutro nei confronti dell’onda vibratoria che noi misuriamo in herz e a cui diamo il nome di “suono”. Intendo dire che ho approfondito, e continuo a farlo, tutti gli aspetti legati al suono: quello fisico (fondamentali gli studi del fisico tedesco del XVIII° sec. Ernst Chladni sugli effetti del suono sulla materia, branchia della scienza che si chiama cimatica, ripresi e ampliati nel XX° sec. dallo svizzero Hans Jenny); quello neurologico/biologico (l’importanza dei giusti stimoli acustici per nutrire il nostro cervello, per creare nuove sinapsi, per sostenere la mielinizzazione del sistema nervoso nei bambini: i nomi in questo campo sono innumerevoli, Oliver Sachs, oppure il biologo-ricercatore italiano Carlo Ventura che ha scoperto il “suono” del DNA subito ribattezzato il suono della vita); quello mitologico e filosofico (Pitagora per le relazioni tra suono, matematica e geometria; le numerose tradizioni che in tutto il mondo fin dagli albori dell’umanità attribuiscono al potere del Suono la creazione dell’universo come le Upanishad, il mito egiziano del dio Thot, o la tradizione cristiana dal vangelo di S. Giovanni). Tutti questi aspetti sono confluiti in qualche modo nel racconto formandone la struttura. Infatti, questo Suono di Arjiam è il principio creatore che vibra permeando e dando vita a ogni forma vivente; è sacro perché non è mai stato emesso ma È. Essendo il Motore Primo ho deciso di sganciarmi da qualsiasi parola legata a un concetto logico e ho scelto Suono proprio per trasmettere l’idea di un “qualcosa” che è ancora più in alto della musica stessa creata dall’uomo.

Tu hai alle spalle un importante percorso artistico in ambito musicale, ora ti dedichi alla narrativa. Che differenze e omogeneità hai trovato fra i due campi, mi riferisco anche da un punto di vista oggettivo, pratico?
Parallelismi molti sia negli aspetti pratici che in quelli artistici. Innanzitutto arrivare alle Case Editrici è complesso come ottenere un’audizione puntuale (cioè per un preciso ruolo) in un teatro. Bisogna non solo avere le qualità ma anche trovare la strada: in entrambi i casi si tratta di avere un’agenzia di livello che ti rappresenti altrimenti puoi trascorrere anni prima che qualcuno si accorga di te. Non è semplice nemmeno districarsi fra le agenzie e, all’inizio, ammetto di essermi lasciata fuorviare nel campo letterario nonostante la precedente esperienza e vi assicuro che in ambito manageriale artistico ne ho avuti di trascorsi: quando a 23 anni si arriva a lavorare con la moglie di Pavarotti, capisci le ragioni del successo di un artista e che genere di vita e sacrifici ci sono dietro. Per quanto riguarda l’aspetto creativo io sono “disciplinata” in entrambi i campi. Mi preparo minuziosamente, raccolgo informazioni, leggo, studio; poi, arriva il momento in cui lascio tutto da parte, come se avessi “digerito” il tutto e mi dedico esclusivamente a creare un personaggio, un ruolo o un capitolo. In entrambi i casi si tratta di rifinire finché si è raggiunto, come accennavo all’inizio, l’accordo che mette in armonia artista/pubblico o scrittore/lettore ed è a questo punto che subentra la grande differenza. In teatro, il lavoro con i colleghi ti permette di crescere ancora, di migliorare integrandoti nel contesto e quando si arriva davanti al pubblico la reazione è immediata: puoi sentire le persone unite a te da un filo invisibile, pendere dalle tue labbra o all’improvviso trovarti un muro di 2000 persone contro. Ma comunque si ha la possibilità sempre di ritoccare o migliorare per entrare in sintonia con il pubblico che assiste a quella serata; oppure di cambiare totalmente prospettiva interpretando il medesimo ruolo dopo un anno in un’altra città, con altri colleghi in un’altra produzione. Invece, il contatto con i lettori non è immediato: devi trovarli, far sapere che il libro è uscito e le reazioni vengono sempre dopo sia positive che negative. Ciò che è scritto è lì non si può più cambiare anche se a distanza di tempo hai cambiato idea o hai trovato una “sfumatura” più consona. 

Fra le tue molteplici attività, anche l’insegnamento. Ce ne vuoi parlare?
Insegnamento e rieducazione. Con i giovani professionisti cantanti lavoro sia dal punto di vista della tecnica che della messa a punto del personaggio. Per tecnica intendo la focalizzazione del suono, la corretta respirazione, i punti di risonanza della voce impostata; mettere a punto un ruolo significa, invece, oltre all’aver risolto la parte tecnico vocale, approfondire l’aspetto interpretativo, psicologico, inquadrare il periodo storico in cui l’opera è stata composta e quindi il gusto dell’epoca; oppure inquadrare il periodo storico della storia e come è stato interpretato magari dal compositore. Per rieducazione audio-vocale (la terapia che io pratico si chiama infatti Audio fonologia) intendo, invece, il lavoro con bambini o con adulti che hanno problemi di sviluppo della lingua o problemi di comunicazione: dalla dislessia alla leggera perdita di udito o concentrazione (per vari motivi anche e spesso psicologici come depressione o iperattività per esempio) che creano difficoltà a inserirsi a scuola o a stare in mezzo alle persone. Il punto centrale della terapia è la differenza tra sentire, un atto passivo visto che non possiamo chiudere le orecchie, e ascoltare, atto attivo, cioè scegliere un “suono” fra quelli che ci circondano e inviarlo al cervello per memorizzarlo prima e poi per decodificarlo quando si presenta di nuovo. Questa è la base dello sviluppo della lingua e della comunicazione, legato, nella fase dello sviluppo del bambino, anche al movimento e alla coordinazione degli arti e successivamente alla coordinazione del movimento e del pensiero (ascoltare, pensare e scrivere; oppure leggere e comprendere). Quindi in terapia cerco di sviluppare e armonizzare questi aspetti che in genere si dovrebbero compiere dalla nascita al momento della scolarizzazione come se si trattasse di un “corso intensivo”: esercizi di coordinazione e respiro; fase della lallazione con vocali e consonanti, poi sillabe più complesse fino alle parole e alla struttura di una frase. Mi servo anche del canto, pochi esercizi e semplici, per il ritmo, che c’è in ogni lingua, per le sfumature (piano, forte, mezzo forte ecc …) che allenano l’orecchio anche a quelle della lingua. Tutte queste attività avvengono con cuffie e microfono e con musica rielaborata per stimolare il cervello con determinate frequenze (usate secondo la psico acustica) e creando dei salti fra un canale e l’altro per obbligare il cervello a lavorare e a notare questi salti queste differenze all’insaputa del soggetto stesso.

Che progetti nuovi ha in mente Daniela, come artista e come scrittrice?
A breve uscirà la seconda parte, quella conclusiva, del romanzo: sto definendo la copertina e lavorando all’ultima revisione delle bozze. In questa parte l’eroina completerà la sua iniziazione prendendo consapevolezza della sua forza – o debolezza? - e si troverà ad affrontare lo scontro finale tra Armonia e Malia, tra Bene e Male: cosa scoprirà e come … Lo lascio alla curiosità dei lettori. Ho già iniziato un’altra storia legata al ciclo del Suono Sacro con nuovi personaggi, nuove terre, un altro popolo … Cosa nascerà dall’incontro? O sarà uno scontro? Chissà! Per quanto riguarda i concerti sono al momento in stand by: mi sto dedicando alla scrittura, alla promozione del libro e alla terapia.

Bio
Daniela Lojarro è nata a Torino. Terminati gli studi classici e musicali (canto e pianoforte), vince alcuni concorsi internazionali di canto che le aprono le porte fin da giovanissima a una carriera internazionale sui più prestigiosi palcoscenici in Europa, negli U.S.A., in Sud Corea, in Sud Africa nei ruoli di Lucia di Lammermoor, Gilda in Rigoletto e Violetta in Traviata. 
Si dedica anche all’insegnamento del canto e alla musico-terapia come terapista in audio-fonologia, una rieducazione della voce e dell’ascolto rivolta ad adulti o bambini con difficoltà nello sviluppo della lingua oppure ad attori, cantanti, commentatori televisivi, insegnanti, manager per sviluppare le potenzialità vocali. 
«Fahryon» parte prima della saga «Il Suono Sacro di Arjiam», edito da GDS, è il suo primo romanzo.


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