Matteo Ferrario



Parliamo con Matteo Ferrario, autore di "Buia", protagonista femminile dell’omonimo romanzo.

Buia è una donna forte, intensa. Come è nato come personaggio? 
In un modo che lo rispecchia totalmente: per caso, anzi per errore. 
Ho una compagna che fa l'insegnante di sostegno alla scuola primaria, e spesso a cena mi racconta gli episodi più divertenti o curiosi che sono successi in classe durante la giornata. Alcuni anni fa, in un'occasione simile, mi stava parlando di una bambina chiamata Guia. Per motivi ignoti, a me era parso di sentire una “b” al posto della “g” - proprio come nel romanzo capita all'impiegata dell'ufficio anagrafe - e per qualche minuto, prima di chiarire il malinteso, avevo considerato davvero la possibilità che il suo nome fosse Buia. Mi sembrava assurdo, tant'è vero che lo era, ma al tempo stesso mi piaceva moltissimo: suonava potente, evocativo, un nome che in qualche modo conteneva già un modo di essere e un destino. Insomma mi era rimasta la curiosità di scoprire come sarebbe stata la vita di un personaggio con un nome simile, cosa potesse esserci dietro. 
Qualche settimana dopo ha preso forma la storia, che nella prima stesura era un racconto. Il progetto del romanzo è nato invece a distanza di anni, quando mi sono reso conto di non aver ancora chiuso con Buia. 
Si tratta di un personaggio che è uscito quasi da sé, con una serie di prerogative che, da lettore e spettatore di cinema, amo ritrovare in una protagonista femminile. La scontrosità e il temperamento da dura del personaggio mi sembravano ottimi ingredienti con cui costruire una storia d'amore lontana da clichés e sentimentalismi vari, con delle atmosfere cupe ma anche lo spazio per qualche risata, malgrado le cose terribili che succedono. 

Direi che una tematica del romanzo parrebbe essere il destino, il ruolo che svolge nella vita quasi predeterminandone gli sviluppi. Hai forse una visione un po' fatalista delle vicende strettamente individuali?
Credo che il caso svolga un ruolo determinante nelle vicende più importanti di un'esistenza, sia in positivo che in negativo, perché è l'elemento che spesso le fa succedere, che ci piaccia o no. D'altra parte c'è sempre una possibilità di scelta, e a me pare che entrambi i personaggi principali del romanzo scelgano di esercitarla, proprio nella loro storia d'amore, che poi è l'aspetto che mi interessa di più. In questo senso non li considero fatalisti, o, per lo meno, non credo affatto di esserlo io.

Nel libro vengono affrontate problematiche come il razzismo o il perbenismo. Quanto influenza la realtà sociale la tua scrittura?
La realtà sociale di Buia è in buona parte quella che conosco meglio e di cui mi interessa occuparmi, ovvero quella della provincia italiana.  Volendo entrare nello specifico, si tratta di quella milanese, dove vivo tuttora e i problemi che tu hai evidenziato sono ampiamente presenti. Ma credo che sotto questi aspetti le varie realtà provinciali italiane si somiglino parecchio, e rappresentino il volto più vero del Paese, in cui certi meccanismi sono maggiormente visibili, anche all'interno delle famiglie. Ecco perché ho scelto di non dare una connotazione e dei riferimenti geografici troppo dettagliati ai luoghi del romanzo, per lavorare più sulle atmosfere e sulle relazioni tra personaggi: mi piace l'idea che un lettore toscano o laziale o veneto riconosca la sua provincia in quella milanese di Buia, e che questo lo aiuti ad appropriarsi della storia, sentirla vicina. 

Tu lavori anche come architetto. Per quali motivi un architetto diventa scrittore?  
Mah, nella maggioranza dei casi non credo ci sia un collegamento fra le due cose. Io scrivo anche per lavoro, in realtà, occupandomi di giornalismo d'architettura, pubblicazioni tecniche, traduzioni. Ho sempre voluto scrivere, ma forse ho impiegato un po' per capire quanto fosse centrale nella mia vita.
Parlando in generale, ho l'impressione che agli architetti italiani piaccia più scrivere che leggere. Alcuni tengono in modo particolare a mettere in evidenza il lato poetico della loro professione, e nelle descrizioni dei progetti usano spesso un linguaggio fumoso, un po' velleitario: qualcosa verso cui, da articolista alla ricerca di fatti, dati e informazioni, sono diventato col tempo piuttosto intollerante, arrivando a preferire la concretezza e la precisione dei tanto bistrattati ingegneri. 
Ma, sia chiaro, ci sono eccellenti scrittori anche tra gli architetti: forse il più grande fra gli italiani è stato Ernesto Nathan Rogers dello studio BBPR, quello della Torre Velasca. 

Hai qualche genere letterario o qualche autore che consideri un riferimento importante?
Sono soprattutto un lettore di narrativa non di genere, con qualche incursione nel noir. Una buona parte dei libri che ho letto - è difficile quantificare, ma credo che la percentuale non sia inferiore a un 60%  - sono di autori nordamericani. 
Dovendo individuare tre o quattro riferimenti principali, il primo nome è senz'altro Fitzgerald, che malgrado rappresenti anche un caso di vita e talento in parte dispersi, rimane un maestro assoluto e l'autore di quello che considero il miglior romanzo americano del Novecento: Il grande Gatsby. 
Poi Richard Yates, in cui confluiscono alcuni temi fondamentali dello stesso Fitzgerald e la lezione stilistica di Hemingway. 
Per citarne invece un paio che sono ancora vivi, e di cui continuerò a comprare a scatola chiusa i libri finché avranno voglia di scriverne, direi anche Bret Easton Ellis e Michel Houellebecq: due che hanno saputo far emergere alcune verità particolarmente sgradevoli sull'Occidente, e forse anche per questo non sono simpatici a molti.
Tra i libri italiani letti di recente, ho amato “L'età dell'oro” di Edoardo Nesi e “Prima di sparire” di Mauro Covacich. 
L'ultimo scrittore di cui mi è venuta voglia di leggere proprio tutto è Junot Diaz, e devo dire che non ne sono affatto pentito. 

Il futuro di Matteo Ferrario scrittore e i suoi consigli a chi vorrebbe dedicarsi alla scrittura
In questo momento il futuro è rappresentato dal nuovo romanzo a cui sto lavorando, e dai racconti, che continuerò a scrivere e pubblicare anche singolarmente su riviste o antologie collettive, come ho sempre fatto: in fondo la bellezza della forma breve sta anche in questo tipo di autonomia.
Se poi all'editore verrà voglia di pubblicarmi una o più raccolte, o un trittico all'americana, o un racconto lungo in e-book, ne sarò ben felice. Altrimenti non c'è problema, perché non credo di essere uno specialista della forma racconto, o di volerlo diventare. Mi accorgo che alcune idee richiedono quella misura e quel passo, mentre altre sono più adatte a un romanzo. Sono esperienze di scrittura diverse: specialmente quando si è al lavoro da un po' di tempo su un romanzo, è confortante la sensazione di poter aprire e chiudere la stesura di un racconto nel giro di due-tre sedute. Aiuta a staccare e anche a non fossilizzarsi troppo su una sola storia. 
A chi vuole dedicarsi alla scrittura, da autore che ha appena iniziato il suo percorso dico solo quello che ho intenzione di fare io, senza la pretesa che sia l'unica strategia valida: continuare a leggere e scrivere solo storie di cui sento la necessità, a prescindere da quale sia la moda letteraria del momento, che tra l'altro di solito ha una durata più limitata di quelle dei vestiti o delle scarpe.

Breve Bio
Matteo Ferrario è nato nel 1975 in provincia di Milano, dove vive e lavora. Architetto, giornalista e traduttore, collabora con riviste di costruzioni e di edilizia sostenibile. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo, 2002), Racconti diversi (Stampa Alternativa, 2004) e Q'anto ti amo (Damster Edizioni, 2014). Buia (Fernandel, 2014) è il suo primo romanzo.