Flavia Todisco

Una piacevole chiacchierata con Flavia Todisco, poetessa e narratrice. Una donna interessante e profonda che ci racconta di sé e dei suoi progetti.

Flavia, poetessa e scrittrice… Domanda d’obbligo, ti esprimi meglio, ti riconosci meglio come autrice di prosa o come poetessa?
Ciao Laura, buongiorno a tutti.
Inizi con una domanda semplice semplice, cara Laura, fantastico!
Scherzo, naturalmente. La tua domanda è molto interessante.
Credo che la versificazione e la prosa rispondano a esigenze espressive e a spunti creativi differenti, almeno così è nel mio caso. 
La prosa nasce dalla necessità di affabulare, di raccontare storie, reali o immaginarie, verosimili o fantastiche, poco importa. Si scrivono racconti o romanzi, perché ci sono storie che nascono in noi, si palesano, premono e, quasi, ci fanno violenza pur di essere narrate. Si comincia così, si seguono le storie o i personaggi che si rivelano a noi, quindi ci si lascia trasportare e si giunge fino a dove quella storia si lascia narrare o il tal personaggio vuole essere narrato. Poi vengono le correzioni, le revisioni strutturali, le imbellettature stilistiche. La narrazione, però, nasce dalle storie, dai personaggi, viene da “fuori”, da “un certo qualcos’altro” che si manifesta all’interno del narratore, è in parte suo, ma gli è “estraneo”: nel corso della scrittura, il narratore e quel qualcosa che gli è estraneo, storia o personaggio che sia, si conosceranno, flirteranno, discuteranno, si confronteranno e finiranno per rispettarsi.
La versificazione, invece, nasce dall’io del poeta, dal suo animo, dall’intimo. Può essere ispirata da qualcosa che si trova all’esterno, nel mondo, fra la gente, ma quel qualcosa risuona talmente nell’animo del poeta da smuovere, scuotere, fare vibrare la sua sensibilità a tal punto, da farne sgorgare, stillare dei versi e con essi passioni, sentimenti, moti dell’anima.  
La scrittura in prosa e quella in versi per me rispondono dunque a due “richiami” differenti, a voci diverse e, spesso, almeno fino a ora, si manifestano in frangenti esistenziali differenti, cui naturalmente corrispondono esigenze espressive diverse. Possiamo dire che per me ci sono o ci sono state “stagioni” di versi e “stagioni” di prosa; anche se, spesso, la prosa e l’affabulazione contaminano la poesia, così come la versificazione con la ritmicità e le sonorità che le sono proprie, spesso, fa capolino nella prosa. 

Cosa è per Flavia la scrittura?
È una dimora, un luogo dell’anima, ampio, luminoso, in cui risiedo e trovo pace e serenità, in cui sto in ascolto e, come accennavo prima, ricevo storie, nomi, si manifestano personaggi, eventi. Non è un rifugio, anche se, necessariamente, quando scrivo, mi raccolgo in quel luogo e lascio il resto del mondo a me familiare fuori, per trovare e ascoltare il nuovo mondo che si sta rivelando.
La scrittura è anche e soprattutto culto della parola, venerazione e sovranità della parola in ogni sua componente, sia sul piano del suono e della musicalità, sia sul piano dei significati. 
La scrittura è pertanto ricerca costante e sperimentazione. E’ un viaggio con un biglietto di sola andata, che proprio per questo permette di scoprire meravigliosi mondi e di approdare in luoghi a noi ignoti, fino al momento della loro epifania letteraria.   

Il tuo libro, Senza scontrino non si esce, è una raccolta di racconti. Perché hai scelto il racconto come forma di narrazione?
Iniziare a scrivere i primi racconti della raccolta per me ha significato tornare alla scrittura, dopo un lungo esilio da essa – si è trattato di un esilio volontario, non per questo meno sofferto -. Riprendere a scrivere è stato, quindi, rinascere, tornare alla vita con entusiasmo e gioia, assecondando le parole, le storie, i personaggi, le passioni che si palesavano, attraverso la penna, sul foglio bianco. A quel punto, poi, si è manifestata la grande rivelazione: si sono imposti dei racconti, brevi per giunta, che volevano cogliere e mettere in evidenza solo un frangente dell’esistenza dei loro protagonisti, quello del salto, che precede la scelta, a volte salvifica altre volte fatale, che ciascuno di essi compie per salvarsi o dannarsi: la piroetta dei saltimbanchi protagonisti dei miei scontrini, cui allude ironicamente l’illustrazione della copertina del libro. 
Anche questa è stata una sorpresa, un evento mirabile: in passato avevo sempre messo in dubbio l’eventualità di scrivere racconti, perché la narrazione breve necessita di vera maestrìa nel creare microcosmi coerenti e compiuti in se stessi, in essa è necessario essere concisi e io ho sempre considerato altro da me la concisione, come pure la capacità di compendiare, in spazi ristretti, intere esistenze. La soluzione è venuta dai “miei scontrini” e dai loro protagonisti, hanno fatto tutto loro, risolvendo il “problema”: mi hanno suggerito vicende concentrate in un momento esistenziale – quello del salto appunto, della scelta salvifica o fatale di un personaggio – e i racconti si sono scritti da sé, si sono palesati e hanno trovato da soli la loro naturale compiutezza. Io mi sono semplicemente limitata a dare loro ascolto, ad assecondarli e, dopo la loro epifania, a rivederli e correggerli.
E’ stata una rinascita alla scrittura piacevole e gioiosa, è stato divertente fare nascere i miei saltimbanchi!  

I tuoi racconti sono estremamente particolari e suggestivi sia come tematica che come prosa. Cosa li ha ispirati? E come hai lavorato sul linguaggio? 
La vita quotidiana li ha ispirati, il mondo attorno a me. Attraverso la scrittura, poi, ogni aspetto del reale che si è presentato alla mia attenzione è stato, poi, filtrato e analizzato sotto la lente deformante del paradosso e del surreale, sottesi di una discreta ironia.
Il lavoro sul linguaggio è stato costante sia in fase di redazione e revisione sia in fase di editing. La parola, a mio avviso, è e deve essere sovrana nel testo e, affinché questo sia possibile, continuo deve essere il lavoro di ricerca linguistico-stilistica di un autore. 
Le parole sono importanti, veicolano significati stratiformi, sedimentatisi nel corso del tempo, dei secoli; chi scrive ha il compito-dovere di conoscere innanzi tutto tali significati e le loro stratificazioni, quindi, quello di utilizzarli a seconda dei casi e delle necessità letterarie. Uno scrittore, a mio avviso, deve anche fare in modo di salvaguardare alcuni termini e alcune espressioni, per sottrarli all’oblio e al disuso, altrimenti il nostro patrimonio lessicale si ridurrà sempre più (ha già subito una notevole riduzione) e questo vorrebbe dire che il nostro stesso universo esistenziale ed esperienziale sarebbe destinato a ridursi notevolemente: ciò sarebbe un danno immane per l’intera umanità. Forse esagero nell’assumere un tono apocalittico, ma la sostanza di quanto sopra accennato è autentica, veritiera.  
  
Credi davvero che tutti, ma proprio tutti, in vita loro siano destinati a pagare uno scontrino finale? 
Ebbene sì, Laura, secondo me, c’è sempre un piccolo o grande prezzo da pagare per ogni scelta che compiamo, sia essa positiva o negativa, costruttiva o fallimentare e distruttiva. E’ la legge del Karma, se vuoi, niente e nessuno le sfugge. Non si tratta, però, di un rigido e immutabile determinismo, cui tutti ci dobbiamo adeguare e “sottomettere”. E’ l’ordine naturale degli eventi, a livello cosmico, non deve essere temuto; c’è, agisce in alcune circostanze, perché ha una sua ragione, che spesso ci sfugge, ma che il più delle volte riequilibra esistenze, pulsioni e passioni. 
Noi possiamo dunque vivere, agire e gioire, secondo le nostre inclinazioni e aspirazioni, godendo appieno della vita, consapevoli che, prima o poi, qualcuno o qualcosa, per qualche motivo, più o meno vitale e importante, ci potrebbe presentare uno scontrino per le scelte che abbiamo compiuto. E’ la vita, potrebbe essere interessante e stimolante…   

In un futuro, come scrittrice, credi che continuerai a scrivere racconti o affronterai anche il romanzo? E la poesia?
Continuerò a scrivere “scontrini” e racconti in generale, perché essi ormai rappresentano il mio approccio all’umano esistere e il mio modo di guardare il mondo, gli uomini, i loro istinti e le loro emozioni. Rappresentano la mia “casa letteraria”, il mio rifugio, quindi tornerò ancora a scriverli. Ne ho già scritti alcuni e mi piacerebbe pubblicare un seguito della raccolta oppure dare alle stampe una nuova edizione ampliata di Senza scontrino non si esce.  
Voglio anche affrontare la narrazione di ampio respiro, mi misurerò anche con il romanzo e tornerò a scrivere versi, cui, in realtà, mi dedico spesso, ma senza regolarità. 

Come è stato il tuo percorso per arrivare alla pubblicazione del tuo libro? Cosa consiglieresti a chi vuole pubblicare?
Uhm, vediamo, il mio percorso per arrivare alla pubblicazione della raccolta è stato… uno scontrino! Si è, infatti, spesso trattato di un percorso accidentato, anche e soprattutto perché proponevo dei racconti, genere guardato con una discreta diffidenza dagli editori, specie se affrontato da un emergente. Lungo quel percorso, però, ogni tanto, ho trovato il conforto, il sostegno e la stima di alcuni, che mi hanno spronata ad andare avanti e a proseguire nella ricerca di un editore. Si è trattato soprattutto di affrontare una sfida con me stessa, ho dovuto e voluto credere fermamente nella raccolta e non arrendermi davanti alle difficoltà. Alla fine, tutto è arrivato da sé, quando era il momento. 
Chi scrive e vuole pubblicare deve innanzi tutto credere fermamente e, al tempo stesso, con estrema umiltà, in ciò che scrive e non arrendersi mai, andare avanti…

Anticipazioni sul futuro di Flavia autrice…
… naturalmente ci saranno altri scontrini, un romanzo, dei versi, alcuni monologhi e, spero vivamente, un dramma oppure un corto teatrale…
Indubbiamente mi attendono molte idee da concretizzare, molto lavoro e molta scrittura, cara Laura. Credo che non mi annoierò!
Grazie per questa intervista e per le tue stimolanti domande.
A presto, buon lavoro!

Bio
Flavia Todisco, nata e vissuta a Milano, si è poi trasferita con la propria famiglia a Verona, dove ha compiuto gli studi classici. A diciannove anni è tornata a Milano per ritrovare le proprie radici e per laurearsi in Lettere, dopo un soggiorno di studi a Parigi. 
Nel corso degli anni ha collaborato con alcuni periodici dell’hinterland milanese, redigendo articoli culturali e di cronaca cittadina. Nel 1988 ha pubblicato, per i tipi di Gabrieli Editore, Schegge, una raccolta di liriche. 
Attualmente insegna Lettere in un Istituto di Istruzione Secondaria Superiore.
Ammaliata fin dalla più tenera età dalle facoltà espressive e introspettive della parola scritta, dopo avere intrapreso differenti percorsi professionali, negli ultimi anni è tornata alla scrittura, dedicandosi, in particolare, alla stesura di racconti brevi, alcuni dei quali vedono finalmente la luce, in veste editoriale, per i tipi di Robin Edizioni. 
Da quando è tornata a scrivere, è felice.




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