Placido Di Stefano


Un’interessante e approfondita conversazione con Placido De Stefano, autore de L’antebagno, romanzo dalle tematiche dure e lo stile inconfondibile.

Come nasce Placido Di Stefano scrittore? C’è qualche autore che lo ha influenzato e lo influenza?
Placido Di Stefano come scrittore nasce nel periodo della post-adolescenza. Ovvero, è di quel periodo l’effettiva venuta al mondo di quella parte di me che ha un barlume di quello che vorrebbe fare: scrivere (???) (ma è una cosa ancora confusa, non proprio definita, una sorta di spinta a metter sulla carta parole su parole, anche se, in quel momento senza un costrutto; viene così, una cosa del tipo: che cavolo succede?, perché sto facendo questo?, però, non è male come cosa, mi fa star bene, che figata!). Al momento della nascita come scrittori (questo naturalmente posso dirlo adesso, a trent’anni di distanza), si è come dei veri e propri neonati. Bisogna apprendere, da zero, qualsiasi cosa: come muoversi nello spazio circostante, come parlare, come relazionarsi con il resto attorno etc. Naturalmente devi avere anche dei buoni educatori, quelli che, nel gergo dei giovani aspiranti scribacchini (ma non solo, anche pittori, imbianchini, saltimbanchi, amanuensi e sacripanti), vengono chiamati Maestri. I Maestri per lo scrittore in erba sono i grandi autori, cioè coloro i quali all’inizio (nella perlustrazione embrionale) fungono da forgia e danno una sorta di impronta. Ma non è importante la sola lettura nella formazione del giovane scribacchino. Ci deve anche essere (a mio modesto parere) un modo di osservare e vivere la vita che è proprio di una persona che vuole fare lo scrittore. Riguardo a questo punto in particolare, posso dire di avere vissuto una vita un po’ “fuori dalle righe” e allo stesso tempo piena (vita vissuta e apprendimento, nella mia formazione, sono sempre andate di pari passo) e, per quanto concerne la scrittura in senso stretto, di aver avuto una mia voce, o stile, fin dagli inizi. E questo stile (che poi nel corso degli anni si è definito, pur avendo sempre lo stesso andante degli esordi) mi ha fatto avvicinare ad alcuni autori in particolare (per assonanza), che poi sono quelli che, come suol dirsi, soprattutto agli inizi, mi hanno influenzato e hanno fatto sì che capissi cosa stessi facendo. Ho compiuto un vero e proprio percorso che parte (intorno ai miei vent’anni) da alcuni scrittori statunitensi. Fra i primissimi: Bukowski, Fante, Miller, Hemingway e gli scrittori della Beat. Poi i grandi russi, fra tutti: Tolstoj e Dostoevskij, ma anche Gogol. E i francesi: Hugo e Flaubert. In tutto questo naturalmente non può mancare la lettura degli italiani: Pasolini, Pavese, Gadda, Fenoglio, ma, soprattutto, in quei primi anni, autori più “vicini”, temporalmente parlando, quali Balestrini e Tondelli (che forse, soprattutto nella mia prima fase è quello che ho sentito più “assonante”). Non ho fatto un liceo, ma ragioneria e quindi mi sono sempre sentito in “difetto” per quanto riguarda la formazione classica. Ma a questo ho rimediato quando mi sono iscritto (dopo aver passato un esame d’ammissione) in una scuola d’arte drammatica, la Paolo Grassi di Milano, dove ho frequentato per tre anni un corso di scrittura drammaturgica. In quegli anni ho dato “ordine” al mio viaggio nel mondo dell’apprendimento letterario, cominciando a “strutturare” un vero e proprio percorso di letture. I miei riferimenti letterari sono andati cambiando e si sono spostati verso la letteratura mittle-europea (Goethe tra i classici, Kafka tra i moderni, Thomas Bernard e Peter Handke, ma anche Hrabal tra i contemporanei). Naturalmente in questo periodo autori come Shakespeare, Beckett, Pinter e Brecht hanno inciso parecchio sulla mia formazione. Gli scrittori che “influenzano” cambiano sempre, gli amori letterari si rinnovano (da Céline a Joyce passando per Fitzgerald e Steinbeck, Hubert Selby Jr. e Welsh). Negli ultimi anni le mie passioni sono state B.E Ellis, Chuck Palahniuk, Don DeLillo, David Foster Wallace, Cormac McCarthy, Houellebecq e Roberto Bolaño (tra gli italiani seguo con interesse Giuseppe Genna, Giorgio Vasta, il primo Scarpa, il primo Nove, Pincio, Nori, etc.). Quando trovo un autore che riesce a darmi/trasmettermi qualcosa, sotto diversi punti di vista (stile, forma, tecnica, ma anche parte emozionale), allora lo studio fino in fondo e lo scansiono in ogni sua sfaccettatura, fin nelle sue peculiarità. È un bel gioco. È come avere tanti amici, molti dei quali non sono più in vita, non sono più tra noi, anche se, con le loro parole, ci fanno sempre tanta buona compagnia.

L’Antibagno è un romanzo duro, dalle tematiche difficili e autentiche allo stesso tempo. Cosa ti ha portato a scriverlo? Quanto di tua esperienza di vita vissuta c’è nel libro? 

Ho già accennato al fatto che uno scrittore, a mio giudizio, deve essere un osservatore attento della realtà che lo circonda. Non guasta anche il fatto che alcune esperienze è bene (sempre per la propria formazione) che siano vissute, ovvero che colui il quale vuole scrivere “viva” buona parte delle sue esperienze quotidiane con una pienezza sensoriale assoluta. È una questione annosa, quella delle diverse tipologie di scrittori: ci sono coloro i quali se ne stanno rintanati nella loro stanza a leggere e scrivere senza quasi mai uscire per vedere/osservare il mondo e la vita che vanno avanti (modello Leopardi per intenderci) piuttosto che, quelli che vivono on the road o comunque saggiano sulla propria pelle esperienze diverse e tra le più disparate. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di “vivere” la vita nella sua totalità e interezza, non risparmiandomi, soprattutto tra i venti e i trent’anni. La vita è una buona palestra per chi vuole fare lo scrittore. Fatta questa premessa, e collegando il tutto a “L’Antibagno”, lo spunto nasce da una situazione realmente capitatami (ovvero il fatto che mi fossi trovato nell’antibagno di un bar con una ragazza “fuori dal comune” e ci avessi passato del tempo e bere, parlare, ma anche baciarci e ridere). Per qualche anno, tra i vari lavori che ho fatto, sono stato magazziniere in una ditta di prodotti per l’igiene (come il protagonista del romanzo), e davvero mi è capitata una moglie del capo che trattava chiunque coi piedi (anche se, questo personaggio, l’ho conosciuto in un altro magazzino, in una ditta che produceva profumi: quindi non ho fatto altro che mescolare esperienze diverse), una donna che veniva in magazzino intorno alle dieci del mattino, in genere dopo aver comprato abiti di marca (che costavano quanto un mio stipendio) e poi sfilava per i reparti chiedendo alle mie colleghe cosa ne pensassero di quell’abito, se le stava bene etc., e poi magari mezz’ora dopo gridava contro chiunque (spesso insultando pesantemente il malcapitato o la malcapitata di turno) per motivi futili. Quindi, se devo rispondere alla tua domanda, c’è molto di vissuto nel romanzo (anche se, come l’esempio fatto sopra, magari frammischiato), il resto è invenzione narrativa, naturalmente contestualizzata in un ambiente reale (il quartiere periferico, simile a quello in cui sono cresciuto nella mia infanzia, e quindi anche per alcune descrizioni prendo spunto dalla mia esperienza diretta), ma anche idealizzata in un ambiente metafisico, quale può essere quello dell’antibagno di un circolo di periferia, una sorta di non-luogo beckettiano, dove due personaggi alienati e sostanzialmente soli cercano conforto l’uno nell’altra.

La sensazione che rimane, una volta terminato il romanzo, è che la tua visione dell’esistenza umana sia sostanzialmente negativa. Il rapporto fra V. e M.K., peraltro, suggerisce e fa intendere una tenerezza, una delicatezza di sentimenti per quanto disperata che stempera l’impatto della vicenda e dei caratteri non certo facili dei suoi protagonisti. Sei d’accordo?
La questione non sta tanto sulla mia visione dell’esistenza umana, quanto sui temi che vado a trattare. Se decido di scrivere un romanzo ambientato nell’estrema periferia di una grande città, con un personaggio paranoico-ossessivo, attraverso il quale voglio evidenziare, fra le tante cose, attraverso la trasposizione narrativa, il tema dell’alienazione nella società contemporanea, tema a me caro (tenendo anche conto che gli spunti di partenza per “L’Antibagno” sono, “Aspettando Godot” di Samuel Beckett e “La metamorfosi” di Franz Kafka, due tra i testi “fondamentali” nella mia formazione come scrittore), ebbene, non posso pensare di scrivere un romanzo, permettimi il termine, “leggero”, o comunque con troppe accezioni positive (o da “pensiero positivo”). Nello stile e nella forma mi è sempre piaciuto osare, e per poter lavorare al meglio nella ricerca stilistica ho contestualizzato il tutto (in questo romanzo, ma anche nel primo “Amami (Love me two times)” e nel terzo “Fermata Inganni”), in zone periferiche (parlo di periferie sia ambientali che mentali), perché ciò, vale a dire contestualizzare una storia in zone estreme (tenendo conto anche delle mie esperienze passate), mi permette di particolareggiare lo stile, di giocarci con una certa disinvoltura, perlustrando linguaggi nuovi, creando immagini a tinte forti, ma allo stesso tempo chiaroscuri dove i personaggi si muovono quasi non visti. La visione che ne viene fuori può sembrare “negativa”, ma tutto ciò, ripeto, è semplicemente dovuto al fatto che tratto argomenti che implicano l’utilizzo di personaggi complessi che si muovono in ambienti estremi. Inoltre, tieni conto che lo stile usato è il risultato di un lavoro di ricerca e di perfezionamento (che dura, costante, da anni) che, perché si potesse esprimere al meglio (almeno nella parte iniziale del mio lavoro: ovvero i primi tre romanzi), mi ha portato a strutturare storie che hanno sfumature dark (nel senso esistenziale del temine), o che comunque si svolgono nella penombra.  

Il tuo stile narrativo, la tua prosa sono sicuramente molto originali: frutto di un lavoro e di tecnica o dell’istinto del narratore?
Come immagino tu sappia, esistono diversi generi di scrittori. Ce ne sono alcuni che prediligono la storia (e quindi un plot, semplice o complesso che sia, e che seguono poi tutti i dettami necessari per sviluppare gli eventi) e altri che prediligono lo stile. Taluni scrittori sono intellettuali fino al midollo e ripropongono il loro bagaglio sulla carta (risultando a volte troppo pomposi o pesanti), mentre altri ricercano il minimalismo e la semplicità come metodo espressivo. Per quanto mi riguarda io ho sempre preferito, in campo letterario, ma anche in altri campi (musicale e cinematografico ad esempio), gli autori che hanno sempre imposto il loro stile (che poi è il loro marchio di fabbrica), il loro proporsi visceralmente con un proprio linguaggio riconoscibile a prescindere dal lavoro o dall’opera che stanno presentando in quel momento. Allo stesso modo io, fin dagli esordi, ho coltivato il mio stile, cioè la mia cifra espressiva. Ogni frase che leggi, ogni parola, è frutto di un lungo lavoro di assonanze. Per definire un testo a volte mi ci vogliono tre, quattro stesure, e tutto questo perché credo che la scrittura, alla fine, tra le altre cose, sia un lungo lavoro di cesellatura (alla stregua di un lavoro artigianale), e quindi frutto di una tecnica che si evolve e si affina. E tutto questo lavoro (costante e sempre più strutturato) alla fine mi permette di costruire sulla carta una sintassi che richiama (spero lo si colga) una certa musicalità (almeno questo è il mio tentativo sin dagli esordi). L’istinto del narratore esiste forse in una primissima struttura di testo, quando ancora le cose sono poco chiare, e si cercano più che altro gli “agganci” tra un evento e l’altro della storia che si va a narrare, si improvvisano descrizioni, si incominciano a delineare i personaggi, e allora, visti tutti questi elementi in gioco, per quanto riguarda lo stile, si ricorre all’istinto (e quindi non ci si cura della perfezione stilistica). Poi, in seconda e terza battuta (ovvero nelle successive stesure), si lavora di cesello e di tecnica. Ergo, delle frasi originali della primissima stesura del romanzo, ne rimangono forse un 5% tali e quali. Il resto è scritto e riscritto, visto e rivisto (finanche in modo ossessivo), finché si arriva a un risultato stilistico che può essere definito soddisfacente (o comunque quello che convince di più). Comunque sia, ogni volta che arrivo alla fine di un lavoro, ovvero quando mi dico “basta”, so di aver dato il massimo fino a quel momento, conscio del fatto che un lavoro narrativo è sempre migliorabile. Ma un “basta” a un certo punto bisogna darselo, altrimenti si rischia di cancellare o di stravolgere (per la rabbia e la frustrazione, che delle volte prendono il sopravvento) tutto il lavoro fatto fino a quel dato momento.  

Nel tuo romanzo è costante il richiamo a un certo tipo di musica. La musica salva da una realtà soffocante e angosciante o ne è lo specchio e  la amplifica?
A ben vedere è una domanda alla quale si potrebbe rispondere prendendo in considerazione entrambe le accezioni. In certi momenti la musica è salvifica, e funge proprio da elemento di alleggerimento (ma anche distraente), in altri invece non fa altro che rimarcare (oppure meglio accompagnare) una data situazione nella quale ci si sta addentrando. La musica è spesso presente nei miei testi, in parte perché io stesso sono un fruitore di musica (in particolare quella che ho riportato con citazioni varie nel romanzo) e in parte perché sono stato anch’io per qualche tempo un cantante (con una punk-rock band locale, niente di trascendentale, mi sono semplicemente ritrovato per un paio d’anni con un gruppo di persone con le quali ci si voleva divertire un po’). Il plot del primo romanzo che ho pubblicato, “Amami (Love me two times)”, nasce proprio ascoltando “Love me two times” dei Doors. Spesso, prima di iniziare a scrivere, ascolto musica (accuratamente scelta), perché il più delle volte mi dà il la per partire. Anche se poi mentre scrivo in genere non ascolto nulla, perché la musica che proviene da canali esterni rischia di confondere la mia musicalità interiore e quindi di inceppare la mia sintassi. Comunque ho sempre dato grande importanza alla musica. Considero alcuni album dei capolavori, alla stregua di alcuni capolavori letterari. Avrai notato che ci sono anche altre citazioni (ad esempio pittoriche: Schiele, Bacon, Modigliani). Tutto ciò fa parte del percorso di cui accennavo precedentemente. Unitamente alle letture dei Maestri e alla vita vissuta, ho ascoltato tanta musica (e visto tanti concerti dal vivo), assistito a diverse mostre (in particolare pittoriche, di artisti di ogni epoca), visto parecchi spettacoli teatrali e tanti tanti film. Molte di queste “cose”, scritte, musicate, dipinte, dirette, interpretate, alle quali mi sono appassionato, hanno un minimo comune denominatore, che spesso è la ricerca (nel senso intellettuale, ma anche proprio del termine), tante volte è lo stile, e comunque (spesso) è un intrecciarsi di linguaggi che ormai comprendo e riesco a fare miei, ma che ogni volta riescono a sorprendermi (in particolare determinati autori) per la loro particolarità e forza dirompente (alcune opere hanno avuto su di me questo effetto).  

Che percorso ti ha portato alla pubblicazione de L’antibagno?
Il percorso che mi ha portato a pubblicare “L’Antibagno” è stato molto lungo. “L’Antibagno” è stato il mio primo romanzo compiuto. Le prime stesure sono state ultimate tra il 1998  (appena terminato il percorso in Paolo Grassi come drammaturgo) e il 2000. Una volta considerato il lavoro ultimato ho incominciato a spedirlo in qualche casa editrice minore. Nel frattempo mi sono dedicato alla scrittura di una serie di racconti coi quali ho partecipato a diversi concorsi letterari. Ho vinto qualche premio importante. Sono stato selezionato in altri. Ho cominciato a vedere pubblicato qualche mio lavoro su riviste letterarie, in qualche antologia. In quel periodo ho ricevuto (dopo tanta attesa, mesi e mesi) un paio di rifiuti motivati, segno che il romanzo era stato almeno letto. A un certo punto mi sono reso conto che forse “L’Antibagno”, così come era strutturato, non funzionava (l’impianto di base era simile all’attuale, ma il protagonista non aveva le stesse caratteristiche di V., il personaggio femminile era molto simile ma non così definito, alcune situazioni erano troppo intricate e altre, che sono risultate più funzionali nel testo finale, appena accennate; la storia, in sé, era troppo ombelicale). Nel frattempo avevo cominciato a dedicarmi alla stesura di un altro romanzo (del quale avevo scritto tempo prima una bozza). È capitato che mi sono licenziato da un ufficio nel quale lavoravo da un paio d’anni e con i soldi della liquidazione ho passato tre mesi a Dublino. Ho portato con me la bozza di quel secondo romanzo, e a Dublino in quei tre mesi ho ultimato il lavoro (anche se poi mi ci sono voluti altri tre/quattro mesi di revisione). “Amami (Love me two times)”, tempo dopo, è risultato finalista al premio Calvino (2004). In giuria c’era Diego De Silva, a cui era piaciuto molto il mio lavoro. De Silva aveva pubblicato un libro con peQuod prima di arrivare in Einaudi. È stato lui a consigliarmi di mandare il libro a Marco Monina e tre anni dopo, nel 2007, (finalmente) è avvenuta la pubblicazione di “Amami (Love me two times)”. Nel frattempo, in quei tre anni, ho rimesso mano al primo romanzo “L’Antibagno”. L’ho riscritto cambiando narratore (la versione precedente era in prima persona) e ho accentuato particolari situazioni e tralasciato altre. Ho affinato lo stile. In quel periodo ho scritto pure un terzo romanzo, “Fermata Inganni”, che tratta sempre il tema delle periferie suburbane. Ebbene, visto il discreto successo di “Amami” (tre ristampe, finalista al premio Carver nel 2008, qualche buona recensione, tante presentazioni), con Monina, che all’epoca faceva anche da talent scout per le grosse case editrici, abbiamo deciso di portare in lettura “Fermata Inganni” in Mondadori (perché, rispetto a “L’Antibagno”, era un romanzo potenzialmente più adatto a una grossa casa editrice). E in Mondadori, con quel romanzo underground, avevo passato le letture. Poi qualcuno ha deciso che comunque non andava bene. Le cose in quel periodo nei piani alti di Segrate stavano cambiando. Ho perso un paio d’anni in attese vane. Poi, nel 2011, ho ricontattato peQuod e ho chiesto a Marco se gli andava di pubblicare “L’Antibagno” e lui ha risposto positivamente. È passato ancora qualche anno e finalmente nel 2015 la pubblicazione è andata a buon fine. Mi viene da dire: uff, che faticaccia. 

Quali progetti hai, come scrittore, per il futuro?
Di progetti ne ho parecchi. Innanzitutto vorrei pubblicare “Fermata Inganni”, giusto per chiudere il cerchio con le storie suburbane. Infatti ho sempre pensato a “Amami”, “L’Antibagno” e “Fermata Inganni” come una sorta di trilogia periferica. Con il mio quarto romanzo, “Appunti dal mondo occidentale” (che è già stato valutato positivamente e per il quale mi sto muovendo perché possa farmi fare il salto di qualità) ho cercato di cambiare i valori in campo, ho preferito trattare altri temi. Lo considero alla stregua del classico “romanzo della maturità”. In questi ultimi anni sono cambiato come uomo e come scrittore, com’è normale che sia. Le mie curiosità sono altre, i miei riferimenti letterari e culturali sono in continua evoluzione. Ho 45 anni e guardo la vita sotto prospettive diverse. Anche lo stile è andato maturando. Ho anche un quinto romanzo quasi pronto e un sesto appena abbozzato. Ho idee per un settimo e un ottavo romanzo. A volte mi capita di scrivere anche sotto pseudonimo (Dino Campari). Come Dino Campari tratto temi più leggeri, più ironici. Ti faccio un esempio: ho scritto una decina di racconti che trattano il tema delle gaffe sessuali (giusto per divertirmi, e per “alleggerirmi”, ah ah ah, ma anche per provare a testare il campo della scrittura comico/ironica; ogni tanto cambiare registro ci sta). E ho altri soggetti sullo stesso genere. Nella vita naturalmente non faccio solo lo scrittore. Ho una moglie e due bimbi piccoli e lavoro come impiegato amministrativo. E delle volte mi chiedo dove cavolo possa trovare il tempo per scrivere. Ma lo trovo. In qualche modo lo trovo sempre. Mi sono abituato a scrivere sui treni. Oppure la sera tardi. O la mattina presto. A volte leggo le interviste di questi scrittori che si alzano verso le dieci del mattino e dopo un’abbondante colazione leggono con calma la posta elettronica o i notiziari e a un certo punto cominciano a scrivere e hanno tutto il tempo a loro disposizione. Probabilmente se avessi anch’io tutto quel tempo a disposizione, a quest’ora sarei già al decimo o all’undicesimo, libro, ah ah ah. Chissà. Ma tutto questo, il fatto di dover lavorare, e di dover stare dietro ai miei bambini e al resto, e poi di scrivere nelle ore più disparate, tutto questo mi tiene sveglio e attivo e, anzi, mi rende maggiormente concentrato su quello che faccio. Spero ne venga fuori qualcosa di buono, altrimenti, va bene lo stesso. Io ci metto sempre il massimo. Spero che sia abbastanza. 

Bio
Placido De Stefano, siciliano di nascita, vive e scrive in provincia di Milano. Diplomato in scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, è autore di racconti, finalista e vincitore di diversi concorsi letterari. Ha scritto due romanzi “Amami – Love Me Two Times”, finalista al premio Italo Calvino per scrittori esordienti (2004), al premio Carver (2008) e pubblicato dalla casa editrice peQuod di Ancona e “L’Antibagno” pubblicato dalla casa editrice Italic-peQuod di Ancona nel 2015, finalista al premio Nabokov (2015).

Nessun commento:

Posta un commento