Massimiliano Maestrello


Parliamo oggi con Massimiliano Maestrello, autore di Queste stanze vuote, una raccolta di racconti dedicati all’adolescenza e ai suoi momenti di ombra e luce.

Come e perché nasce Massimiliano Maestrello scrittore?
Intanto, c’è da dire che mi sento abbastanza a disagio con il termine di scrittore. Forse dipende dal fatto che da qui, da dove sto scrivendo in questo momento, mi basta voltare la testa per vedere le costole di Moby Dick e Delitto e Castigo, e a portata di mano ho Vonnegut e Carver, e non mi sembra affatto difficile sentire tutta la distanza che c’è tra me e loro. E poi perché credo che non basti aver pubblicato un libro (ormai lo possono fare quasi tutti, attraverso l’autopubblicazione) o racconti in qualche antologia per definirsi tale, allo stesso modo in cui non mi definirei imbianchino visto che quest’estate ho dipinto alcune stanze di casa. Forse mi piace più pensare di essere una persona che ha voglia di raccontare delle storie e che negli ultimi anni ha avuto la fortuna di incontrare qualcuno che ha pensato fossero abbastanza buone da essere pubblicate. 
Detto questo, tornando alla domanda: credo di aver sempre avuto una certa attrazione per la narrazione. Ho sempre letto molto, fin da bambino, e sono sempre stato interessato a tutto ciò che racconta qualcosa: dai romanzi alle short stories, passando dal cinema, ai fumetti, alle chiacchiere da bar. Dopo aver accumulato un bel po’ di storie, per me è stato naturale provare a raccontarne di mie. Mi ha aiutato molto anche frequentare alcuni laboratori di scrittura, scoprendo che scrivere non era una cosa che facevo solo io, chiuso nella mia cameretta. Smontare gli scritti di grandi autori cercando di capire cosa fa di un racconto un buon racconto, mettermi in discussione davanti ad altre persone vivendo le critiche come una possibilità di miglioramento, non innamorarmi troppo delle cose che ho scritto e dare molto spazio alla riscrittura per me è stato fondamentale.

Ci racconti come è sorta l’idea di Queste stanze vuote?
I racconti che compongono “Queste stanze vuote” sono stati scritti in un arco di tempo di circa due anni, periodo nel quale ho scritto anche dell’altro. Sono accumunati dal fatto che i protagonisti sono tutti adolescenti o giovani, e che nei momenti cruciali delle vicende raccontate c’è sempre una stanza vuota a fare da sfondo. Mi piaceva l’idea di organizzare anche la raccolta stessa come una sorta di “casa”, costruita attorno a dei temi comuni e al filo rosso che lega le storie, in cui però ogni racconto potesse essere preso come “stanza” a sé stante. La struttura dovrebbe ricordare in qualche modo anche quello di cui si parla nel libro, ovvero quelle “mura invisibili” che ci dividono dagli altri, e di come il passaggio dall’adolescenza al mondo adulto sia spesso la presa di consapevolezza che le cose non sono esattamente come ce le immaginavano e che serve ripartire da un nuovo punto di partenza – una stanza vuota, appunto.

Perché protagonisti adolescenti o nella prima giovinezza?
Principalmente per due motivi. Il primo, è che è un periodo che mi sembra ricco di fascino e che mi attrare in maniera particolare (credo che se dovessi fare una classifica dei dieci migliori racconti che ho letto fino ad ora, almeno la metà parlerebbero di rapporti padre/figlio o sarebbero ambientati nel momento dell’adolescenza), in cui sentimenti e le emozioni sono davvero amplificati e in qualche modo esplosivi, quindi ottimo materiale narrativo. Secondo motivo, a trent’anni sono lontano ma non ancora troppo lontano da quel periodo, e mi sembrava di poterlo affrontare senza mitizzarlo, ma anche ricordandomi in maniera piuttosto precisa come potevano essere vissuti certi momenti.

Che generi letterari influenzano la tua scrittura?
Direi la narrativa non di genere, nel senso che non mi interessano molto i gialli, i fantasy e gli horror, anche se esistono, ovviamente, delle eccezioni. Mi piace molto la forma breve, per cui leggo spesso raccolte di racconti. Dovessi dare qualche nome di autori che ritengo tra i miei preferiti, tra i primi che mi vengono in mente ci sono Ernest Hemingway, Raymond Carver, Alice Munro, Tobias Wolff, Sam Lispsyte. Tra le ultime sbandate letterarie che ho avuto – nel senso di autori che, dopo aver scoperto, ho letto in maniera quasi maniacale – metto senz’altro George Saunders e Luciano Bianciardi – quest’ultimo, davvero, uno degli autori italiani più sottovalutati degli ultimi cinquant’anni.  

Mi dai un tuo giudizio sul web e le possibilità che offre a un autore? 
Non sono un grande esperto in materia, ma direi che, se usato bene, il web può essere una buona vetrina, soprattutto per gli esordienti. Con i social network, in modo particolare, si riesce a raggiungere un grande numero di persone, cosa che aiuta molto quando – come nel mio caso – si è pubblicato con una piccola casa editrice. Senza contare che esistono molte riviste e realtà on-line di qualità che danno spazio non solo ad autori affermati, e che possono essere un buon banco di prova per i propri scritti.

Editoria tradizionale o digitale?
Come lettore non faccio grandi distinzioni: se una cosa mi interessa, la leggo senza problemi anche con un e-reader. Frasi come “vuoi mettere l’odore della carta?” mi sembrano prese di posizione preconcette, considerato anche il fatto che l’ebook permette di pubblicare progetti meritevoli che magari farebbero fatica a essere presi in considerazione dall’editoria tradizionale – penso a racconti lunghi o singoli,  o romanzi brevi – e a superare molti dei problemi legati alla distribuzione. A fare la differenza, credo, è sempre la qualità del singolo libro o del progetto che ci sta dietro. Nel mio piccolo, poi, ho esperienze più che positive sia per quanto riguarda l’editoria tradizionale che quella digitale: edizioni La Gru, che ha pubblicato “Queste stanze vuote”, non ha per ora nessun titolo digitale in catalogo, e il lavoro sul libro è stato di alto livello. La torinese Zandegù, con cui sono usciti due miei reportage narrativi, dopo un periodo come editore tradizionale, ha puntato tutto sul digitale, con un progetto interessante che mi è piaciuto fin dal primo momento, in cui l’ebook è davvero la forma ideale. Per cui, ecco, non credo esista differenza, se non nel supporto di lettura.

E, per terminare, ci anticipi qualcosa dei tuoi futuri progetti…
Ho messo da parte circa 120 pagine di romanzo perché non mi sembrava di trovare la voce adatta per quello che stavo raccontando, e che a questo punto non so se riprenderò in mano. Nel frattempo, sto lavorando a un’altra raccolta di racconti e al progetto di un romanzo in cui i capitoli possono essere letti come racconti singoli, per poi incrociarsi solo nel finale. Poi c’è il progetto, invece, di un romanzo vero e proprio, ma è ancora in una fase embrionale. Diciamo che, così a occhio, per i prossimi due o tre anni, avrò di che divertirmi. 
Bio
Massimiliano Maestrello è nato in provincia di Verona nel 1981. Giornalista, ha pubblicato racconti su riviste e antologie, oltre a due reportage per Zandegù editore. Nel 2014 è uscito il suo primo libro, “Queste stanze vuote” (Edizioni La Gru).

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