Francesco Casali


Con Francesco Casali, autore di Niente da Nascondere, affrontiamo tematiche tanto complesse e delicate quanto interessanti che riguardano tutte il dolore, costante eternamente presente nell’esistenza umana.

Francesco perché hai voluto questo libro? E perché Niente da nascondere, il titolo che hai scelto?
Ho iniziato a scrivere questo libro nel 2011, un momento della mia vita in cui ho sentito forte il bisogno di tirare fuori tutto, senza appunto “niente da nascondere”. Il titolo è la prima cosa che mi è venuta in mente e rappresenta l’essenza dell’intero lavoro. Negli anni ho iniziato a non sopportare più le persone false e opportuniste, quelle “di facciata”, e nel libro ho voluto parlare apertamente di questo, mettendo contemporaneamente anche a nudo le mie debolezze e i pensieri più intimi, sia come educatore che come uomo. Come detto, è un libro molto personale in cui però molti si sono poi ritrovati, se non in tutto almeno su diversi temi, dal dolore mentale, alla sofferenza, fino ai tradimenti e la morte. Qualcuno si è sentito troppo toccato dentro e non è riuscito a finirlo, altri l’hanno apprezzato moltissimo, qualcuno ha pianto, altri si sono decisamente arrabbiati. Quello che è più importante è che mi è sicuramente servito parlare di quello che avevo dentro.

Il tuo è un viaggio nel dolore, un’esperienza che tu affronti quotidianamente dal punto di vista professionale. Una domanda se vuoi scontata… come ci si “difende” dal contatto constante con la sofferenza? 
Sicuramente chi sceglie una professione delicata come può essere lo psicologo, l’educatore o il medico, ma anche l’insegnante o il sacerdote, è più attratto dal dolore e dall’intimità della relazione. Le professioni che si basano sulla relazione d’aiuto, se da un alto sono affascinanti, dall’altro richiedono una buona capacità di autoanalisi per non lasciarsi invadere da quello che l’altro porta all’interno della relazione. La vicinanza con persone in difficoltà mette sicuramente alla prova la salute mentale di chi lavora in un campo così delicato, ma forse anch’essa è una delle tante sfide di queste particolari professioni. Certo, se uno non riconosce anche una parte fragile dentro di sé ed è convinto di essere il “sommo guaritore”, allora il rischio di far male il proprio lavoro o di venire invasi dal dolore altrui è veramente alto.

Secondo te, il dolore è parte essenziale e insopprimibile della nostra vita. Da qui stigmatizzi i comportamenti e reazioni che tentano di nascondere questo dato. La nostra società, per esempio, nella quale l’imperativo categorico sembra quello di essere felici, giovani quasi eternamente è senz’altro uno di questi. Cosa pensi al riguardo? Credi sia anche un tentativo di sfuggire la realtà onnipresente della sofferenza?
Come dici giustamente tu, si cerca di evitare di parlare del “dolore” perché spaventa, perché si preferisce pensare ad altro o per paura di essere giudicati male in una società dove bisogna essere felici a tutti i costi. Tendenzialmente si parla infatti più del dolore fisico, perché più universale e facile da affrontare. Nel libro, ho cercato invece di porre l’attenzione più sul dolore mentale, su quanto sia soggettivo e sulla tendenza a fuggire da esso per paura. La mente non si ferma mai e il dolore, se non correttamente affrontato, rischia di essere solo accantonato e di tornare ciclicamente alla ribalta. Sono convinto che sia utopia pensare di poter eliminare “il dolore interiore”: si può soltanto imparare a gestirlo. Io sinceramente non ho mai conosciuto nessuno che non provasse dolore, se intendiamo quello psichico. Al massimo si può fare finta, si può recitare o addirittura non essere in grado di riconoscerlo. Ho l’impressione che oggi le persone si atteggino sempre più a “personaggi” nascondendo le proprie fragilità dietro a delle maschere di facciata. A me tutto questo bisogno di apparire sinceramente un po’ ha stufato: sebbene capisca che per molti sia l’unico modo di sentirsi accettati ed inseriti in una società superficiale come la nostra, dall’altro provo molta tristezza nei confronti di chi ha bisogno di un alter ego fittizio per sopravvivere. “Niente da nascondere” parla proprio del desiderio di essere autentici con tutto il dolore e le difficoltà che ciò può comportare: è un viaggio nella sofferenza autentica attraverso un filo conduttore che porta dal dolore verso l’amore inteso come relazione onesta tra le persone, ma soprattutto con se stessi. Devo ammettere che ho sempre ammirato molto chi riesce a convivere con le proprie difficoltà senza vergognarsene ed al tempo stesso ho notato come spesso la gente tenda a scappare di fronte al dolore altrui, perché non si è in grado di reggerlo o per paura che questo possa intaccare “la propria serenità”.

In alcuni capitoli affronti la tematica del dolore da un punto di vista più personale, intimo, riportando la tua esperienza diretta al riguardo. Come vive Francesco Casali il dolore? 
Come meglio riesco, e constatando che non è sicuramente il mio tallone d’Achille. Il dolore, insieme all’amore, è forse l’unico aspetto dell’esistenza rimasto ancora autentico. Credo che amore e dolore siano veramente legati tra loro e per apprenderli appieno bisogna dar loro valore e soprattutto non negarli. Per esperienza mi sento di dire che fingere di non provare dolore è quanto di più stupido si possa fare: credo sia invece importante riconoscerlo e attivarsi con i propri mezzi per affrontarlo al meglio delle proprie capacità, senza l’illusoria speranza di poterlo definitivamente eliminare. Da 15 anni lavoro come educatore professionale nel campo del disagio psico-sociale e nell’ultimo periodo ho voluto accostare alla mia professione anche la scrittura per dar voce a quelle storie “invisibili” che vedo ogni giorno. Attraverso queste storie parlo inevitabilmente anche di me, nel tentativo di affrontare e cercare soluzioni alle difficoltà quotidiane della vita. 

Ogni capitolo del tuo libro è “accompagnato” da una specifica colonna sonora. Parlaci del tuo rapporto con la musica. 
La musica è una passione che ho sin da quando ero ragazzo: la mia adolescenza è infatti legata a montagne di cd e serate come dj in locali milanesi. Ascolto principalmente musica dark/elettronica, un genere molto famoso nel nord Europa e ovviamente poco famoso in Italia. Di solito quando scrivo, e ciò può avvenire in qualsiasi momento o luogo, non ascolto musica, cerco di concentrarmi solo su quello che ho in testa. La musica, intesa soprattutto come testi ed emozioni, è parte fondamentali dei miei libri, sia come ispirazione vera e propria ma anche come parte consistente delle storie che racconto, in quanto riporto sempre parti di testi di canzoni legate a ciò di cui parlo, tanto che ho sempre considerato i miei lavori quasi come dei libri musicali. Sicuramente in certi momenti la musica esprime meglio alcuni concetti rispetto alle parole.

Nel tuo libro parli della famosa legge Basaglia e della conseguente abolizione dei manicomi. il tuo giudizio sulle strutture alternativa, peraltro, non sembra del tutto positivo.
Basaglia, nel lontano 1978, avviò sicuramente una rivoluzione nel modo di pensare. Oggi, purtroppo, bisogna constatare che, spariti i manicomi, non è sparita la manicomialità, intesa come modo e stile di avvicinare e rapportarsi ai matti e ai diversi in generale. Essa c'è ancora nei nuovi servizi e altrove, nelle corsie, nei Pronto Soccorso, nelle scuole, nelle aule giudiziarie, nelle famiglie, forse anche in noi stessi come tendenza alla rigidità, a coltivare pregiudizi e convinzioni a priori, a disprezzare l'altro e a mantenere privilegi non dovuti e non verificati. Non è sparita nemmeno l'immagine del matto, ritenuto poco prevedibile, strano, dai discorsi incomprensibili, irritabile, anche violento, pagata spesso con la esclusione dal mondo dei sani. Tale immagine, costruita sul riflesso dello specchio deformante del manicomio e più sulla immaginazione che su elementi di conoscenza razionali e basati su fatti maggiormente aderenti alla realtà, purtroppo sopravvive ancora.

E’ di questi giorni la normativa che abolisce finalmente gli ospedali psichiatrici giudiziari che vengono sostituiti dalle REMS ( Residenze per l’esecuzione di misure di sicurezza). A parte la denominazione che francamente mi sembra infelice e di lombrosiana memoria, mi dai la tua opinione al riguardo?
Vi sono uomini che hanno compiuto crimini efferati, è innegabile. Tuttavia, pur avendo aggredito o ucciso, devono essere curati e hanno il diritto di vivere in un ambiente pulito e dignitoso. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dal mio punto di vista, rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese per le condizioni aberranti in cui versano migliaia di reclusi. La loro persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli. Come hai giustamente sottolineato, di recente, dopo diverse proroghe, sono stati finalmente chiusi: quello che mi preoccupa è che la maggior parte di coloro che lasceranno l΄ospedale psichiatrico giudiziario si ritroveranno senza progetto terapeutico e senza una Struttura adeguata che possa accoglierli o assisterli.

Francesco Casali autore: hai nuovi progetti?
Dopo “Niente da nascondere” sono usciti sempre per KoiPress Editore altri due libri: “Quello che resta” (2013) e “La Trilogia di Sofia” (2013). Al termine di questi lavori ho sentito l’esigenza di fermarmi un attimo e concentrarmi sulla mia vita privata. Nel 2015 ho ripreso con la scrittura e ora sto lavorando intensamente al mio prossimo libro, “L’altra faccia dell’Amore”, che spero di riuscire a pubblicare per fine anno.

Francesco Casali - “Niente da nascondere
© 2012 KoiPress Editore
ISBN 9788890757471

Bio
Francesco Casali è nato a Milano nel 1977, figlio di due insegnanti vive tra Milano e Genova. Dal 1999 lavora come educatore professionale con soggetti a rischio di emarginazione e con problematiche psichiatriche e di tossicodipendenza. Negli ultimi anni si è occupato soprattutto di attività sportive con finalità terapeutiche, riabilitative e di integrazione sempre nel campo del disagio psico-sociale. Ha pubblicato con Koi Press "Niente da nascondere" (2012), "Quello che resta" (2013) e "La trilogia di Sofia" (2013).

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