martedì 6 novembre 2018


Ogni mattina a Jenin
Susan Abulhawa
Feltrinelli
pag. 400
prezzo € 8,50
e-book € 6,99

La trama
Un romanzo struggente che può fare per la Palestina ciò che il "Cacciatore di aquiloni" ha fatto per l'Afghanistan. Racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di "senza patria". Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l'abbandono della casa dei suoi antenati di 'Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snoda la storia di Amal: l'infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell'arco di quasi sessant'anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c'è la tragedia dell'esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L'autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, racconta la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.

Recensione
Se la vita è mutamento, Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa ci ricorda che per molti il mutamento non solo non è vita, ma è stata e può essere anche morte.
Un libro che ci narra di un ricordo che diviene rimpianto, di un rimpianto che diventa rabbia e della rabbia che si condensa in memoria. Perché la Shoah, dopo che i camini hanno smesso di fumare, ha continuato ad ardere, e la sua autocombustione ha continuato, e continua, a gettare, molto lontano dal cuore dell’Europa, lapilli che bruciano vite e sono diventate Nakba per un antico e pacifico popolo di agricoltori aggrappato alla terra come le radici dei suoi ulivi centenari.
E proprio dalla Nakba, La Catastrofe, parte quest’indimenticabile saga famigliare palestinese che, attraverso quattro generazioni e il loro esodo, da Ain Hod ci porterà a Jenin, a Gerusalemme, fino al mattatoio a cielo aperto di Sabra e Shatila, narrandoci di un vecchio che si arriccia le punte dei baffi con la cera indossando la sua dishdashe migliore per andare a raccogliere i frutti di quella che un tempo era la sua terra e quella dei suoi avi, di un’affascinante beduina che perderà le tintinnanti cavigliere di monete e si trasformerà da innocente ladra di cavalli a madre derubata del bene più prezioso, di una ragazza che uscirà da una buca per girare il mondo e proteggere il suo ricordo più caro, di due fratelli e della cicatrice che li renderà nemici, ma li legherà a vita.
Sono certo che amerete l’atavica dignità di Yehya, l’esuberanza di Dalia, l’ostinazione di Amal, e la saggezza del vecchio Hajj Salim che ha visto molte cose “proprio con questi occhi” e ricorda a tutti che alla nascita possediamo già i tesori più grandi che avremo nella vita, la nostra mente e il nostro cuore, e che, almeno quelli nessuno potrà sottrarceli.
Un libro che è rimpianto, rabbia e memoria anche per me.
Rimpianto per avere perduto a Gaza un caro Amico che mi esortava a “restare umano”, rabbia per la sua morte inspiegabile e insensata, e ricordo delle tante cose che Vittorio Arrigoni mi raccontava della Palestina e che ho ritrovato intatte in questo libro intriso di una poetica malinconica come solo quella che nasce dal dolore e dal rimpianto, sa essere.
Ora mi piacerebbe sapere se Vik nella sua pipa ha mai fumato tabacco di mela e miele come Hassan, magari farmelo dire dai tanti bambini di Gaza che lo veneravano come il maggiore dei loro fratelli maggiori, ma questo libro si lascia dietro molti rimpianti e molte domande che rimarranno senza risposta.
                Riccardo Gavioso

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