sabato 15 settembre 2018

La ragazza senza coda
Marialuisa Amodio
Fernandel
pag. 252
prezzo  € 15
e-book € 6,49

La Trama
«Bambina mia, ricorda: non fidarti di nessuno, perché il miglior amico è il peggior nemico». Queste sono le parole d'addio della nonna quando spedisce Delia a vivere da una zia, in un'altra città, lontano dalla madre, dagli amici e dalla sorella, che la piccola ama con la devozione disperata dei bambini cresciuti nelle famiglie senza amore. Parole per Delia incomprensibili, così come le ragioni del suo allontanamento. Ma negli anni successivi Delia si fiderà di tutti, tenacemente: viaggerà molto, si sposerà e andrà a vivere in Australia. E anche se è convinta di aver troncato ogni rapporto con la famiglia d'origine, questo legame oscuro continuerà a dolerle come un arto fantasma, come la coda mozzata di una lucertola o di un topo. La razionalità e l'affetto del marito solo in parte potranno aiutarla ad addomesticare il passato: la nonna maciara, la strega del paese, che somministrava punizioni corporali come fossero medicine; la madre confinata nell'infanzia da un danno subito alla nascita; i giochi che facevano da bambini, prove generali per la vita adulta in un mondo chiuso e violento. Quel passato non l'abbandona, come l'immagine di un incubo non smette di generare angoscia. Delia torna a Matera dopo vent'anni, ritrova sua sorella Silvia e i vecchi amici, Michele, Rosa, Uccio. Sono tutti lì, con le loro vite sprecate e vissute male. Sono tutti lì, tranne Tommaso. Delia non ricorda la sua fine terribile, non ricorda nulla di quell'estate lontana, finché dalla geografia distorta della memoria emerge una verità dolorosa che nel far luce brucia e distrugge, e forse, finalmente, libera.

Recensione
Un viaggio nel tempo, nella memoria. Un ricordo che si profila nella mente della protagonista, minaccioso e incombente, seppur non definito. 
La ragazza senza coda è un thriller psicologico che avvolge e avvince il lettore che si trova immerso in una realtà quotidiana nella quale modernità e credenze arcaiche convivono seppur a fatica, seppur contraddicendosi l’una con l’altra e sulla quale tradizioni obsolete proiettano ombre lunghe e spesse come il silenzio di chi sa e non vuol rivelare. Di chi ha le risposte alle domande di Delia ma si nasconde dietro un mutismo che la opprime, imprigiona la sua mente e la sua anima.
Matera, i suoi sassi, gli amici di un tempo e le loro vite buttate via, la sorella ormai pallido ricordo della bambina dalla fantasia sfrenata e la volontà di ferro che era stata, circondano e accompagnano la protagonista del romanzo in un percorso doloroso e difficile, carico di tensione e angosce che affiorano fino al momento decisivo, fino a che si troverà di fronte quel passato che non sapeva o poteva ricordare e che, finalmente, saprà affrontare e superare per ritrovare il mare, con le sue acque scintillanti, metafora di un futuro senza più ombre.
La ragazza senza coda è sicuramente un bel romanzo, ben costruito e narrato grazie a una prosa accurata, serrata e intensa quando è necessario, che rende perfettamente il senso di inevitabile che domina tutta la vicenda e proietta sul lettore la stessa ansia, le stesse paure che Delia avverte.


Marialuisa, parlaci di te come donna e autrice. Che motivazioni ti hanno portata a scrivere? Cosa fa Marialuisa quando non scrive?
Non mi considero una donna, soprattutto quando scrivo o penso o svolgo qualsiasi attività per cui il mio sesso è ininfluente, come lo è qualsiasi altra mia caratteristica fisica. Certo il colore dei capelli, ad esempio, non è culturalmente e socialmente codificato, non come il colore della pelle, almeno. O il sesso biologico. Ma io questa lingua non la parlo e non la voglio parlare. Da bambina volevo essere maschio. Pensavo che avrebbe risolto molti miei problemi. Ma quando un inserviente di un bagno pubblico, durante una gita scolastica, mi sgridò perché ero entrata nel bagno delle femmine, tra le prese in giro dei miei compagni, capii che non avevo poi tanta voglia di complicarmi la vita per recitare una parte e parlare una lingua, quella del maschio, che sentivo distante quanto l’altra, assegnatami d’ufficio alla nascita. Oggi ho un nome pure io. A-gender, così ho letto. Ma per l’ansia classificatoria dello spettro dei generi provo la stessa curiosità, appassionata ma distaccata, che mi ha portato allo studio dell’antropologia e probabilmente alla scrittura. Le prime parole che ho pronunciato sono state quelle di una fiaba, ancora prima di mamma e papà. A sette anni ho deciso che volevo scrivere, creare con le parole, e non ho più cambiato idea. Scrivo sempre, anche quando non scrivo. Alcune buone idee mi sono venute dai sogni, per esempio. Ogni momento della giornata è raccolta del materiale o rielaborazione del materiale. D’altronde, qualsiasi lavoro sano e necessario non finisce mai e coincide con la vita. Il giardino cresce anche quando il giardiniere non lo guarda.

Da dove è nata l’idea del tuo romanzo La ragazza senza coda? Che tipo di lavoro ne ha preceduto la stesura?
Un giorno, tornata a casa di mia nonna, mi accorsi che le finestre del seminterrato non erano come le ricordavo. Sicuramente non era la prima volta che qualche dettaglio della realtà disattendeva i miei ricordi. Ma quella volta mi sconvolse. Mi appassionai allo studio della memoria, in particolare dei falsi ricordi legati all’esperienza traumatica. È una parte importante del romanzo, perché ne guida la struttura. Poi si aggregarono altre idee. Una mi venne da uno studio di Lidia De Rita, antropologa e psicologa, sui Sassi di Matera. Parlava della diffidenza degli abitanti dei Sassi verso lo Stato e del vicinato come sistema autarchico. Di un delitto giudicato e punito all’interno di un vicinato. Diffidenza che trovava conferma nei racconti di mia nonna paterna. Avevo tantissimo materiale a disposizione. Mi sono laureata in antropologia culturale con una tesi sui Sassi. Il lavoro di ricerca comprendeva quasi duecento pagine di interviste agli ex abitanti, compresa mia nonna e una sua amica, una maciara che aveva continuato a esercitare anche nel quartiere nuovo. E tutto questo materiale era rimasto a riposo per sei anni, la giusta stagionatura perché fornisse da base senza appesantire il racconto.

Cosa ispira le storie che racconti? Quanto di personale c’è in loro?
Tutto le ispira e tutto è personale.
L’autobiografia è un genere la cui autenticità e valore dipendono dal talento e dalla bravura dello scrittore, come qualsiasi altro genere letterario. Un’autobiografia è un genere “personale” quanto un romanzo di fantascienza. Prendi “Io sono vivo, voi siete morti” di Emmanuel Carrère. Quanto c’era di Philip K. Dick nei suoi romanzi di fantascienza? E quanto c’è di Emmanuel Carrère nella biografia di Philip K. Dick?
La retorica del documentarismo viene dalla boria e dalla cattiva coscienza borghese. Non esiste lo sguardo neutro. L’osservatore filtra e modifica la realtà osservata. E certe “realtà” osservate sono perfettamente in grado di narrarsi da sole. L’oggetto diventa soggetto e non ha bisogno dell’antropologo colonialista per raccontare com’è fatto il proprio ombelico.

C’è qualche autore che consideri essenziale, imprescindibile per te come persona e scrittrice?
Hans Christian Andersen è stato il primo, quando ero molto piccola. Ho amato e reputo ancora molto importanti Franz Kafka, Julio Cortázar, Thomas Mann, Elsa Morante, Hugo Pratt, Philip K. Dick, Antonin Artaud, Fëdor Dostoevskij, Gregory Bateson. Sicuramente ne ho omessi parecchi. Ma questi sono, sulle dita delle mani.

Come sei arrivata alla pubblicazione di La ragazza senza coda e hai un qualche suggerimento per chi vorrebbe veder pubblicato un suo lavoro?
Ho stilato una lista di sei editori che apprezzavo e/o ritenevo adatti al romanzo. Escludendone un paio che chiedevano solo la sinossi o la sinossi e un capitolo, e che non hanno mai risposto, l’ho inviato per email al primo della lista, la Fernandel di Giorgio Pozzi. Dopo qualche giorno ho ricevuto la proposta di pubblicazione. È stato un caso, l’attesa di solito è molto più lunga.
Con Internet, il self publishing, l’esplosione del mercato editoriale, siamo nell’epoca della pubblicazione istantanea. Rispondeva Theodore Sturgeon a chi definiva “spazzatura” la narrativa di fantascienza, che il 90% di qualsiasi cosa è spazzatura. Era il 1958. Oggi siamo al 99%.
L’obiettivo primario non deve essere la pubblicazione (tanto più di questi tempi; pubblicare non è mai stato più facile), ma l’opera in sé. Anche guadagnare scrivendo potrebbe essere un ostacolo al vero obiettivo, almeno per me. Non voglio essere come quelli che diventano la cover band di se stessi o che scrivono (benissimo, per carità) come tizio perché tizio è andato bene e questo cercano gli editor. Non ci sarebbe niente di male, ma se lo facessi, avrei perso di vista il mio obiettivo.

Progetti futuri?
Ho un romanzo interrotto da riprendere e diverse idee da far maturare. Credo che la traduzione sia l’unico lavoro incompatibile con la scrittura. Dopo aver passato la giornata a tradurre, di fatto a scrivere, l’ultima cosa che voglio fare è scrivere ancora. Ho ricevuto alcune proposte di ghost writing, ma è una strada che non mi interessa. Se devo lavorare su progetti altrui, preferisco le traduzioni. Quindi il mio principale progetto per il futuro è trovare un equilibrio tra la necessità di lavorare per vivere e quella di lavorare la vita. In fondo, è un problema che hanno in molti.

Bio
Marialuisa Amodio è nata a Matera e vive a Bracciano con un marito e due gatti. Ha studiato antropologia e lavora come traduttrice. Ha pubblicato i romanzi Al buio non parliamo delle stagioni (Albus Edizioni, 2010) e L’era del Leviatano (La Penna Blu, 2012).

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