domenica 4 marzo 2018


La fragilità del leone
Antonella Sbuelz
Forum Editrice Universitaria Udinese
pag. 200
prezzo  €14,97
e-book €10,99

La Trama
Estate 1797. In una Venezia inedita, occupata dai soldati napoleonici, sotto un ponte appartato affonda un corpo con il volto nascosto da una maschera. Estate 1798. In una selvaggia laguna friulana – regno di cannaroli e contrabbandieri – si incontrano Nastasia e Thomas, entrambi in fuga da qualcosa. Lei ha solo diciassette anni e un travestimento di fortuna per celare la sua vera identità; lui, pittore inquieto, ha abbandonato Bamberga per cercare la luce del sud. In un’estate di imprevisti e di passioni destinati a cambiarli per sempre, le loro vite si intrecciano a quelle di Alvise e Lucrezia, patrizi dal passato inconfessabile ed eredi di un eden dorato ormai giunto alla fine. Con ritmo da intreccio giallo, La fragilità del leone racconta una storia senza tempo: l’aspirazione a essere se stessi, la lotta a convenzioni e ipocrisie, l’amore tra un uomo e una donna e le forme di altri amori, coraggiosi. Sullo sfondo, rievocate fedelmente, luci e ombre della Serenissima nel suo estremo momento di vita: l’epilogo di una potenza sontuosa e fragile, l’esplosione di ideali libertari, il fermento di tensioni sociali che chiuderanno per sempre un mondo, inaugurandone uno nuovo.

Recensione
La penna delicata di Antonella Sbuelz ci regala un romanzo intenso, intrigante e coinvolgente, la cui trama si snoda fra la Repubblica di Venezia ormai morente sotto i colpi dell’armata napoleonica e la bassa friulana con le sue lagune, le sue paludi e i suoi canneti, dove si aggirano Natasia e Thomas. Lei, poverissima, fa la contrabbandiera e, travestita da uomo, vaga vendendo foglie di tabacco, lui è un pittore tedesco di Bamberga, venuto a Venezia per raffinare la sua arte e, dopo varie vicissitudini, allontanatosi dalla Serenissima.
Hanno alle spalle storie e realtà differenti che finiranno per incontrarsi e per incrociarsi con la vicenda di due patrizi veneziani, Alvise  e Lucrezia e della loro figlia Luisa.
L’autrice disegna con tratto sicuro personaggi di grande intensità e spessore e ci regala due figure femminili vibranti: Nastasia, orgogliosa, fiera, determinata  e testarda eppure allo stese tempo delicata e fragile. A lei, popolana, fa da contrappunto la bella e sensuale Lucrezia, nobildonna sposa per doveri di casato a un uomo che non la può amare e madre di una bimba, Luisa, che Thomas era stato chiamato a ritrarre. 
Thomas è un giovane forte, determinato, capace di un’ironia che rende tutto più facile e che poco ha che spartire con l’ormai stanco cinismo e disincanto di Alvise, con le sue passioni inconfessabili fra gioco e amori proibiti, la sua incapacità di reggere il peso della storia delle tradizioni familiari, fin troppo importanti e pressanti per lui che, come gli altri aristocratici veneziani, assisterà impotente alla fine della Serenissima, di un’epoca grande e irripetibile. 
Alvise e Lucrezia sono entrambi vittime del loro tempo e dei loro segreti, Thomas e Nastasia non hanno null’altro che la loro gioventù e la passione, l’energia che questa regala. Che permetteranno loro di dare un’opportunità alla piccola Luisa, alla discendente di quel Leone di San Marco che la storia ha travolto ma che avrà pur sempre una sua eterna continuità.
Prosa elegante, accurata ricostruzione storica, personaggi tratteggiati con grande efficacia, La fragilità del leone è un romanzo che fin dalle prime righe attrae il lettore, lo appassiona unendo sapientemente storia e vita, mistero e realtà, disillusione e speranza, passato e futuro.


Una chiacchierata interessante e profonda con Antonella Sbuelz, scrittrice, poetessa, docente.

Antonella, come è nata l’idea di questo romanzo?
Questa storia - come diverse altre mie storie - è nata da un’immagine: l’immagine di una giovanissima contrabbandiera friulana. I capelli scompigliati, un cappellaccio schiacciato in testa, un paio di zoccoli ai piedi, una fascia sui fianchi ancora magri, due pesanti bisacce a tracolla con un segreto carico di frodo. Una ragazzina costretta a crescere in fretta e a fare del contrabbando di tabacco una fonte di reddito essenziale per sé e per la sua famiglia, in anni - quelli della fine del Settecento – in cui le carestie e le guerre avevano messo in ginocchio la già fragile economia delle campagne friulane e venete. Ora: prendiamo una giovanissima friulana senza più padre, con la famiglia già gravemente colpita dalla pellagra e con due fratelli più grandi che si sono aggregati a una delle varie bande di briganti della zona. Come può girare liberamente una ragazza di diciassette anni, in territori infestati da truppe di passaggio, disertori, contrabbandieri, malfattori e giramondo scapestrati che vivono di piccoli espedienti? Solo nascondendo la sua identità femminile. Ed è così che infatti farà Nastasia. La troviamo travestita da ragazzo, e costretta a fare i conti con tutto ciò che questo travestimento comporta. Ne derivano gesti imprevisti, scelte talvolta drastiche, attività a tratti esilaranti. Ma se questo libro è nato da una precisa e nitida immagine - quella di Nastasia travestita da uomo - poi quello spunto iniziale si è man mano alimentato di un interesse che credo di provare sempre, quando inizio a scrivere un nuovo romanzo: l’interesse per i momenti di passaggio, per le situazioni di soglia, per quelli che io chiamo mondi di confine. E non solo in senso geografico: si  tratta infatti di realtà in  bilico, sospese sul vuoto come funamboli che procedono pericolosamente su un filo e che trascinano con sé contrasti e complessità spesso estremi, e affascinanti proprio perché estremi. In questo caso, i contrasti sono molti: innanzitutto il contrasto fra l’aristocrazia veneziana - raffinata e gaudente - e i senzavoce e senzastoria, ovvero gli strati più umili di chi vive ai margini dell’impero. Ma si impone anche la contrapposizione fra centro di potere e periferie: una tematica di estrema e scottante attualità. E poi, ancora, emerge il contrasto tra la città di Venezia, che celebra se stessa anche attraverso l’opera di noti artisti e architetti, e la campagna friulana: le terre di bonifica infestate dalla malaria, la bellezza degli spazi aperti  e soprattutto il mondo magico e selvaggio della laguna ai margini fra Veneto e Friuli, che rappresenta a sua volta una dimensione sospesa fra terra e acqua, fra canneti e cielo. Ma nel romanzo un ruolo importante è assunto anche dalla  contrapposizione fra potere e sentimenti, fra cuore e ragione, fra ragioni dei sentimenti e ragioni della ragione. E la ragione è qui soprattutto quella, imperativa, del ceto a cui si appartiene, mentre il cuore non è solo il diritto a vivere liberamente un amore, ma è anche il diritto a essere se stessi. Ed è infine anche l’aspirazione, come dice bene la storica Tiziana Plebani nella postfazione, a essere felici. Un diritto che all’epoca della mia storia è appena stato sancito dall’Illuminismo, e che ogni personaggio, a suo modo, cercherà di fare proprio.
Ho letto e apprezzato Greta Vidal, un’altra tua protagonista forte, determinata, una donna che sceglie  di sfidare le regole del suo tempo come in definitiva fanno Lucrezia e Nastasia, ognuna a suo modo. Quanto di Antonella c’è nelle tue figure femminili? Che cosa le ispira?
Credo che ogni scrittore finisca per rovesciare inevitabilmente una parte di sé nei personaggi che crea. Ma in questo gioco di specchi e di alchimie empatiche è difficile, per l’autore, dire di più. Certo, i miei personaggi femminili sono spesso piuttosto forti, cocciuti, determinati, curiosissimi del mondo e di sé, teneri e spigolosi al tempo stesso, poco propensi al compromesso, capaci di procedere controcorrente e di pagarne le conseguenze... e in parte, naturalmente, io mi ci riconosco. Ma poi, quando scrivo l’ultima pagina e la storia viene pubblicata, quelle figure non sono più mie: diventano di ogni lettore, di ogni lettrice. Ed è giusto che ognuno li legga attraverso la sua personale sensibilità e attraverso la lente, personalissima, del proprio vissuto. La chiave di lettura che ne risulta non può che esser diversa per ciascuno.
Viviamo un periodo difficile, forse oscuro. Credi che la frase Historia magistra vitae abbia ancora un senso, un significato o che stiamo dimenticando il suo profondo valore e ce ne stiamo allontanando?
La Storia potrebbe essere ancora, almeno in parte, magistra vitae. Solo che noi siamo pessimi allievi. Personalmente, ho sempre amato la  Storia e la microstoria.  Nella mia infanzia ci sono stati alcuni “grandi vecchi”, nonni o prozii, che io amavo molto ascoltare.  Avevano alle spalle  storie - sommesse e potenti - di emigrazioni, di guerre in Libia, di guerre sul fronte orientale, di ritirata dalla Russia, di carcere duro durante il fascismo.  Il mio primo rapporto con la Storia – quella che a volte si scrive con la maiuscola, anche se non sempre è una maiuscola meritata – è passato attraverso i loro volti e le loro parole. Ho capito – ho sentito – fin da quando ero ragazzina che, per dirla con De Gregori, la storia siamo noi, nessuno si senta escluso. E oggi realizzo più che mai che il passato non passa.  Nazionalismi feroci, populismi xenofobi, terrore e rifiuto  di fronte alle ondate di profughi che si vorrebbero ricacciare indietro.... ieri erano ebrei, o armeni, oggi sono altri, e provengono da altre zone del pianeta. Ma i meccanismi – le reazioni – sono spaventosamente simili. Personalmente, scrivo di storia non per evitare di parlare del presente,  ma perché sento di poter comprendere  meglio il presente –  certi suoi  tratti, certe sue contraddizioni -  se  leggo il nostro  presente attraverso la lente di ingrandimento del passato.  Che ci piaccia o no, noi siamo ciò che siamo stati e ciò che ricordiamo , consapevolmente, di essere stati. Siamo la nostra storia e la nostra memoria. A distanza di tutti questi anni, mi piace ancora, quella canzone di De Gregori: la storia siamo noi, nessuno si senta offeso. Nessuno si senta escluso.
Tu sei un’autrice friulana, secondo te ha un senso, un significato concreto parlare di una letteratura del Nord Est?  Quanto conta, da questo punto di vista, vivere in una  terra e realtà sicuramente particolari come il Friuli Venezia Giulia?
Si tratta di una questione estremamente complessa, che non sarebbe  facile – né giusto - schematizzare in poche righe. Mi limiterò a dire che per me ha un senso profondo, osservare e raccontare il mondo da quell’osservatorio  specifico e speciale che è il nord est.  Il Friuli, poi, collocato a nord est del nord est, è un concentrato di nordestitudine. Credo che nessun altro territorio italiano sia stato travolto, devastato e connotato dalla storia come il Friuli Venezia Giulia: non solo qui le guerre mondiali sono state combattute “in casa”, ma a questa piccola regione di confine non è mancato nulla delle grandi tragedie collettive del Novecento: strappi, conflitti, massicce emigrazioni, profuganze traumatiche come quella di Caporetto, guerra fredda e servitù militari particolarmente pressanti per la presenza dei confini orientali e di tutto ciò che tali confini comportavano, terremoti devastanti come il sisma del 76, ricostruzioni impegnative ma riuscite, basate su modelli di condivisione democratica di decisioni e responsabilità... questo è un territorio sofferto dal punto di vista storico.economico, contaminato e plurimo dal punto di vista culturale e identitario. Tutto questo non può che incidere su chi ci vive, ci lavora, ci studia, ci produce letteratura, arte, cultura. Ma la sfida fondamentale resta una, a mio parere: non trasformare questa storia e questa identità in chiusura localistica, bensì in paradigna di altre storie, altre identità, altre sofferenze e resistenze. Sofferenze e resistenze che purtroppo oggi non mancano di certo, come tutti sappiamo.
In un futuro la tua penna cosa ci regalerà?
È pronto un altro romanzo, questa volta ambientato nell’imminenza dello scoppio della seconda guerra mondiale: una storia che si snoda fra intreccio giallo e narrazione storica. Sullo sfondo, l’emanazione delle leggi razziali e una piccola isola di confino. Dovrebbe uscire entro la fine dell’anno. Ma, per scaramanzia, non dirò di più.  E poi c’è la poesia, altra grande passione di una vita. Il mio primo e mai rinnegato amore. Sto lavorando a una raccolta che ormai è quasi conclusa. Nel frattempo, sto seguendo le traduzioni in francese e in inglese di un paio dei miei romanzi, partecipo a convegni, lavoro nell’ambito della Commissione Pari Opportunità di Udine e nelle giurie di cinque premi, promuovo cultura in vari modi... E concilio il tutto con l’insegnamento in un liceo. Amo molto il mio lavoro. Lavorare con i ragazzi sfianca, ma coinvolge  e appassiona. A volte sono stremata, ma questi  versanti diversi mi obbligano a diverse sfide: non rinuncerei a nessuna. Per ora va bene così.
Bio
Antonella Sbuelz ha studiato a Trieste, Verona e Losanna. Vive a Udine. Scrive narrativa e poesia, con alcune incursioni saggistiche, infittitesi dopo il dottorato svizzero in Letteratura moderna. Tra i suoi romanzi La fragilità del leone (Ed. Universitaria Forum, 2016;  Premio Selezione Raccontami la Storia-Chieti), Greta Vidal (Frassinelli, 2009; pubblicato in Inghilterra nel 2013, analizzato nell’ambito di  convegni  universitari anglosassoni e americani; Premio  Selezione Volterra-Ultima frontiera), Il movimento del volo  (Frassinelli, 2007; premi Biblioteche di Roma, Città di Predazzo,  Caterina Percoto; finalista Premi  Rhegium Julii e Domenico Rea) e  Il nome nudo (Moby Dick, 2001). Tra le ultime raccolte poetiche, Transitoria (Raffaelli, 2011;  prefazione di  Davide Rondoni; Premi Colline di Torino; Alberona; Città di Forlì), La prima volta delle cose (2016),  La misura del vicino e del lontano (Raffaelli, 2016,  prefazione di  Davide Rondoni; Premio Caput Gauri; finalista Premi Acqui Terme e Raffaele Crovi). Numerose le pubblicazioni su riviste e antologie.  Per le narrativa e la poesia ha ricevuto oltre una ventina di premi. (Tra gli altri: Alpi Apuane, San Domenichino,  Leone di Muggia, Donne di Monferrato, Città di Forlì, Alberona,  Città di Recanati, Alda Merini, Laurentum-Roma.) È stata tradotta in inglese, francese e croato. Insegna presso il liceo Malignani di Udine, conduce laboratori di scrittura creativa, collabora con riviste culturali e – folgorata a suo tempo da Menocchio, splendidamente resuscitato da  Carlo Ginzburg ne Il formaggio e i vermi – non smette di occuparsi cocciutamente di microstoria.
https://vibrisse.wordpress.com/2014/05/19/la-formazione-della-scrittrice-19-antonella-sbuelz/

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