sabato 24 marzo 2018


Gli aquiloni
Romain Gary
Neri Pozza
pag. 347
prezzo  € 11,90
e-book  €. 9,99

La Trama
È un giorno d'ombra e sole degli anni Trenta quando, dopo essersi rimpinzato e assopito sotto i rami di una capanna, Ludo scorge per la prima volta Lila, una ragazzina biondissima che lo guarda severamente da sotto il cappello di paglia. Ludo vive a Cléry, in Normandia, con suo zio Ambroise, «postino rurale» tornato pacifista dalla Grande guerra e con una inusitata passione: costruire aquiloni. Non è un costruttore qualunque. Da quando la "Gazette" di Honfleur ha ironicamente scritto che gli aquiloni dell'«eccentrico postino» avrebbero reso famosa Cléry «come i pizzi hanno costituito la gloria di Valenciennes, la porcellana quella di Limoges e le caramelle alla menta quella di Cambrai», Ambroise è divenuto una celebrità. Belle dame e bei signori accorrono in auto da Parigi per assistere alle acrobazie dei suoi aquiloni, sgargianti strizzatine d'occhio che il vecchio normanno lancia in cielo. Anche Lila vive in Normandia, benché soltanto in estate. Suo padre non è, però, un «postino spostato». È Stanislas de Bronicki, esponente di una delle quattro o cinque grandi dinastie aristocratiche della Polonia, detto Stas dagli amici dei circoli di giocatori e dei campi di corse. Un finanziere che guadagna e perde fortune in Borsa con una tale rapidità che nessuno potrebbe dire con certezza se sia ricco o rovinato. L'incontro infantile con Lila diventa per Ludo una promessa d'amore che la vita deve mantenere. Il romanzo è la storia di questa promessa, o dell'ostinata fede di Ludo in quell'incontro fatale. Una fede che non viene meno nemmeno nei drammatici anni dell'invasione tedesca della Polonia, in cui Lila e la sua famiglia scompaiono, e Ludo si unisce alla Resistenza per salvare il suo villaggio dai nazisti, proteggere i suoi cari e ritrovare la ragazzina biondissima che lo guardava severamente da sotto un cappello di paglia.

Recensione
Per molti la memoria è il bene più prezioso, per altri può rappresentare una condanna, e per pochi che ne hanno una storica, magari precisa e magari del proprio paese, può trasformarsi addirittura in condanna capitale.
Meglio avvisare, perché questo libro proprio di memoria narra.
Ludo ha una memoria prodigiosa e un’altrettanto prodigiosa capacità di calcolo, ma mentre la prima finirà per condizionare la sua vita, la seconda finirà per complicare, e non di poco, quella altrui.
La letteratura, fin da piccoli, c’insegna che è rischioso addentrarsi nei boschi, ma tace sui pericoli del loro limitare. Tra i pericoli spicca quel chiaroscuro in cui i raggi del sole sono soliti trastullarsi con le prime fronde degli alberi predisponendo un fondale in bianco e nero che sembra creato per enfatizzare solo alcuni colori. Magari l’oro ribelle di una chioma e l’azzurro imbronciato di un paio d’occhi. Un azzurro dispettoso, simile a quello che adesca gli aquiloni e li invita a perdersi nella sua sconfinata vastità. Colori destinati a fissarsi nella memoria, e non in una memoria qualsiasi, ma in una che li conserverà, li attenderà e li inseguirà finché il filo che lega il lettore a una piccola storia - perdonami Ludo - s’intreccerà con quello della Storia, perché in fondo vivere altro non è che prepararsi dei ricordi.
Tra Conti polacchi troppo ricchi o troppo poveri, alternativa di rilevanza trascurabile rispetto a quella dell’aggettivo determinativo, svenevoli Contesse che si allenano perdere i sensi per farsi trovare pronte a farlo fra le braccia di amanti di altissimo rango, e rampolli cui la genetica pare aver destinato tutta la saggezza e la maturità che ha voluto sottrarre ai genitori. Cuochi bretoni stellati e aspiranti cuochi tedeschi con stellette, aspiranti romanzieri la cui unica opera di fantasia, peraltro splendidamente riuscita, è la propria moglie, si dipaneranno la piccola e la grande storia, in un dramma sempre venato d‘ironia e comicità, perché, come c’insegna Gary, la comicità è un posto sicuro in cui ciò che è serio può rifugiarsi e sopravvivere, e l’ironia una dichiarazione di dignità, di superiorità dell’individuo su ciò che gli accade.
La scrittura di Gary pare piegarsi alla narrazione e assumere la leggerezza e la geometria che consentono di volare agli aquiloni del Postino Spostato, Ambroise Fleury, alla dolcezza del suo sorriso pacifico e pacifista, immancabile mentre fa fluttuare un Voltaire, un Diderot, un Rousseau o un Montaigne, e indelebile anche quando gli aquiloni dovranno volare sempre più bassi schiacciati dall’Occupazione, ma ostinati nel lanciare il loro muto appello a resistere o un ben più prosaico, ma non meno prezioso, riferimento topografico agli aerei in missione oltre le linee nemiche.
I capolavori di questa caratura non si commentano. 
Si leggono e si ammirano in silenzio.
Attenti a non farsi travolgere dalla sindrome di Stendhal.
Per una volta ho voluto fare un’eccezione.
                                                               Riccardo Gavioso

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