mercoledì 10 gennaio 2018


Un caffè alle mandorle
Massimiliano Nardi
Neri Pozza
pag. 384
prezzo € 18

La Trama
Palermo, il battaglione Sicilia. Alla fine del 1978 il trentenne capitano dei carabinieri Perego riceve la sua nuova assegnazione. Una sventura per Anna, la giovane moglie incinta, una straordinaria opportunità per il capitano… Palermo, una capitale di millenario prestigio, con squarci di bellezza mozzafiato. Certo, la città è diventata, stando ai rapporti interni all’Arma, un campo di battaglia tra l’ala moderata della mafia e belve come Riina e Provenzano, latitanti inafferrabili. Ma rinunciare al trasferimento equivarrebbe a un suicidio professionale. Perego sa, in realtà, poco di Palermo e della mafia, la sua conoscenza si ferma al Giorno della civetta, il film non il libro. Ma una volta giunto in città, gli basta poco – una visita al Charleston, il ristorante liberty dove Michele Greco dispensa sorrisi e dolcezze a una folla di questuanti, oppure una riunione in caserma in cui apprende che, per il capo della Procura, occuparsi troppo di mafia significa rovinare l’economia siciliana – per comprendere la natura di Cosa nostra in Sicilia. In una città pigra, dove la vita di Perego è allietata dalla nascita a Pavia di una figlia, due eventi, col trascorrere del tempo, sconvolgono l’esistenza del capitano: l’uccisione di un suo confidente e la morte di Boris Giuliano, colpito alle spalle mentre sorseggiava un caffè al bancone del bar Lux. L’inseguimento del filo rosso che lega la morte di Giuliano ai numerosi crimini che insanguinano Palermo agli inizi degli anni Ottanta conduce Perego a imbattersi nella figura di Michele Sindona, in fuga da New York e riparato in Sicilia, dove gode di palesi e oscure protezioni. È una caccia, però, che produce soltanto sconfitte e dolore per il capitano, che viene trasferito dapprima a Roma e poi a Pavia. A Pavia, tuttavia, un evento inaspettato lo conduce di nuovo nel cono d’ombra di Sindona, incarcerato a Voghera. Due giorni dopo la condanna all’ergastolo del discusso finanziere per l’assassinio di Ambrosoli, Perego apprende che alle 8.30 del 22 marzo 1986 Sindona è crollato esanime sul pavimento della sua cella dopo aver urlato: «Mi hanno avvelenato». Sul lavabo del bagno spiccava una tazza di caffè da cui si levava un acuto odore di mandorle, l’odore tipico del cianuro di potassio. Che l’Ammiraglio, l’Avvocato e il Presidente, gli oscuri e misteriosi referenti del faccendiere di Patti, abbiano a che fare con la sua morte?

Recensione
Un bel romanzo che ripercorre e racconta uno dei periodi più oscuri della nostra storia recente, la fine degli anni settanta e inizio degli ottanta, scandito dall’ascesa dei Corleonesi e di Totò Reina, da trame occulte, servizi segreti deviati, logge massoniche e lo IOR dello spregiudicato Marcinkus in un intreccio fra mafia, finanza e politica che ha avuto fra i protagonisti Michele Sindona, spregiudicato banchiere al servizio di fin troppi interessi e a conoscenza di fin troppi misteri, di quelli che è bene non vengano mai svelati  né tantomeno chiariti.
La trama si sviluppa in due parti. La prima si svolge fra Palermo che assiste indifferente e pigra, fra un aperitivo e una cena nei ristoranti alla moda, un bagno a Mondello, alla lotta ingaggiata dalla mafia emergente nei confronti dell’ala più moderata, ad attentati e plurimi omicidi, Roma capitale dai mille volti e dalle mille trame e Pavia dove vive la famiglia del protagonista, il capitano dei carabinieri Perego. La seconda parte è incentrata sulla contrapposizione fra la figura di Perego, le sue indagini e Michele Sindona, ormai incarcerato a Voghera. 
Alla vicenda investigativa si intreccia la storia personale del protagonista, un uomo energico, che ama profondamente la figlia Elena, appassionato e ostinato, coerente fino alle conseguenze più estreme. Un investigatore di razza che non indietreggia e non teme la sfida per quanto potenti possano essere i suoi antagonisti e indifferenti, indolenti i suoi superiori.
Un idealista che pagherà carissimo il suo desiderio di giustizia, che lo allontanerà dalla moglie, che vedrà morire colleghi e persone a lui molto vicine e dovrà sacrificare la sua carriera. Ma tutto questo non basterà, non sarà sufficiente perché Perego si renderà perfettamente conto che  il conto con certi avversari non si pareggia mai.
Con una prosa scarna, efficace, Massimiliano Nardi (lo pseudonimo scelto dall’autore del romanzo la cui identità non è stata resa nota), coinvolge il lettore che riporta indietro nel tempo,  creando una trama convincente, riproponendo quegli interrogativi che non hanno mai avuto risposta e ricostruendo quelle vicende che, in un paese diverso, forse avrebbero avuto un esito e una conclusione differente.
Un libro interessante, vibrante, sicuramente da leggere.

Una breve intervista a Massimiliano Nardi, autore di Un caffè alle mandorle.

Buongiorno Massimiliano, innanzitutto complimenti per il suo romanzo Un caffè alle mandorle che ho trovato interessante, ben scritto e coinvolgente. La prima domanda mi sembra quasi d’obbligo: quali motivazioni ti hanno portato a decidere di scrivere utilizzando uno pseudonimo?
Grazie di cuore per il suo generoso giudizio. Lo pseudonimo mi ha concesso la massima libertà nell’affrontare una vicenda così controversa come l’affair Sindona

Un caffè alle mandorle affronta la vicenda di Michele Sindona e ci riporta a un periodo forse fra i più oscuri della nostra storia recente. Perché ha deciso di raccontarli? Che tipo di lavoro ha preceduto la scrittura del libro? 
Nella speranza di salvare la memoria del passato, da cui proveniamo e che oggi si tende a cancellare. Ma se non conosciamo il tributo di sangue che abbiamo pagato in un dopoguerra durato cinquant’anni, quale presente e quale futuro potremmo mai costruire?  Niente di particolare: ho messo sulle pagine ciò che avevo vissuto.

Quanto crede rimanga ancora in Italia del mistero Sindona e di quegli anni? E ritiene che Sindona, la sua vicenda possano essere in qualche modo una rappresentazione, per quanto estrema, di una certa società, modo di pensare e di operare italiana?
Dalla proclamazione della Repubblica esiste una staffetta del male, la quale fa sì che nessuna porcata vada persa e che i suoi protagonisti continuino e imperversare sino alla fine dei loro giorni, vedi Andreotti e Marcinkus per stare al caso in oggetto.

Cosa pensa abbiamo imparato da quegli anni e cosa dovremmo ancora apprendere come paese?
Imparato niente. In compenso abbiamo appreso che a ogni misfatto i protagonisti affinano viepiù i loro strumenti.

Perego, il protagonista, è un uomo tutto d’un pezzo, coerente, che paga sulla propria pelle il prezzo della sua onestà intellettuale e professionale. Si è ispirato in qualche persona reale?
Figlio della fantasia, benché io, quando ero operativo, abbia incontrato tante magnifiche persone dabbene capaci di sacrificare carriera e affetti al dovere.  

L’Italia è un paese di misteri non risolti, di intrecci complessi fra potere politico, economico, religioso e malavita. Secondo lei, da che cosa è originato tutto questo e saremo mai in grado di superarlo e come? Crede che in un paese diverso, il mistero Sindona avrebbe avuto un epilogo differente?
La Storia si nutre di misteri, da Pearl Harbour all’omicidio Kennedy, ma soltanto in Italia tutto è un mistero e ognuno è soltanto l’antecedente del prossimo. Senza la strage dei carbinieri di feudo Nobile (gennaio 1946) non sarebbe avvenuta la strage di Portella delle Ginestre (maggio 1947) e così via fino ai nostri giorni.

Venendo alla sua attività di scrittore,  hai un consiglio da dare a chi vorrebbe veder pubblicato un suo manoscritto?
La fortuna d’incontrare una casa editrice come Neri Pozza.

I suoi progetti futuri, le sue storie future…
Se i lettori mostreranno di apprezzare Un caffè alle mandorle, si potrebbe tentare di spiegare quali personaggi ed eventi abbiano imposto l’eliminazione di Falcone e di Borsellino.

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