martedì 8 agosto 2017


Lo Specchio Turco
Viktor Horvath
Imprimatur
pag. 600
prezzo € 16,15
e book € 8,99

La Trama
Questo romanzo trasporta il lettore in un viaggio avventuroso attraverso l'Ungheria del XVI secolo, quando una parte del Paese apparteneva al sultanato del glorioso Solimano il Magnifico, terra di confine instabile tra l'Oriente e l'Occidente. Ne è protagonista un ragazzo turco, Isa, appartenente alla più alta aristocrazia della città di Pécs. Attraverso le sue avventure, la narrazione scivola gradualmente nel mondo delle Mille e una notte, dove negli harem si celano affascinanti donne velate, nei giardini abbondano pesche e datteri, per le vie risuona il canto del müezzin, mentre i fitti boschi e le valli selvagge sono infestati da briganti pronti a tutto, anche ad attaccare i numerosi castelli ungheresi sparsi lungo la frontiera. La storia rende in maniera esemplare lo spaccato di un'epoca in cui profondi furono gli stravolgimenti degli usi e costumi apportati dagli ottomani nella regione. Centrale è la funzione della religione, in un'ottica di sincretismo davvero straordinaria: l'autore è fermamente convinto che il Corano e la Bibbia non si possano leggere separatamente.

Recensione
Lo Specchio Turco, libro dal titolo enigmatico, scritto da Viktor Horvath.
È un romanzo storico molto complesso, quasi un saggio di storia ungherese e turca, infatti parla della conquista da parte di Solimano il Magnifico di Buda e parte dell'Ungheria, con i successivi scontri di fortezza in fortezza e la complicata scacchiera delle alleanze e dei tradimenti.
Horvath sceglie come voce narrante un giovane aristocratico turco, pertanto numerose e dettagliate sono le informazioni sui costumi, la religione, l'esercito e le leggi degli Ottomani.
Dall'azione, tutto si stempera nel ritrovato sentimento religioso, che, alla fine, tutti accomuna.
E si dipana Kismet, il Destino, il Logos divino che tutto ha previsto.
                                                                                                                 Giada Pauletto
Prima indagine per l’ispettore Drago Furlan, in attivo alla polizia di Cividale, in Friuli. Un caso intricato, una trama ben costruita e soprattutto un protagonista che con i suoi modi rudi, spicci, la marcata propensione al tajut rappresenta un esempio ben riuscito del friulano concreto, burbero, efficace. 

La primavera tarda ad arrivare
Flavio Santi
Mondadori
pag. 305
prezzo  € 11
e-book € 6,99

La Trama
Che cosa ci fa un morto ammazzato nella sonnacchiosa Montefosca, sperduto paesino alle pendici delle Alpi friulane? Drago Furlan, l'ispettore incaricato del caso, ha una bella gatta da pelare: ormai abituato a prendersi cura del suo orto e a verbalizzare multe per divieto di sosta, non indaga su un omicidio da quasi vent'anni. E quello di Montefosca, in più, è un omicidio davvero strano: la vittima, uccisa con un colpo di pistola in mezzo alla fronte, è un anziano di cui nessuno sembra conoscere l'identità. Drago, fisico alla Ernest Hemingway e metodi da ispettore contadino, è costretto a indossare di nuovo i panni del detective: ma è un po' arrugginito, e i montanari ("montanari... lupi mannari", come gli ricorda sempre sua madre, la vulcanica signora Vendramina, perfetto prototipo della 'mame furlane'), con la loro aspra riservatezza, non gli rendono certo il compito facile. Tra soste in osteria annaffiate da 'tajut' di ottimo vino, partite dell'amata Udinese e gite in Moto Guzzi con l'eterna fidanzata Perla, l'ispettore scopre che quei luoghi che tanto ama, al confine tra Italia e Slovenia, custodiscono segreti inconfessabili. La primavera che scioglie le nevi comincia a far riaffiorare anche i fantasmi di un passato lontano.


Una breve chiacchierata con Flavio Santi, autore de La primavera tarda ad arrivare e L’estate non perdona.

Flavio, perché il Friuli come sfondo e cornice dei tuoi gialli?
Il Friuli è la mia terra, il luogo che amo e penso di conoscere meglio. Io sono della vecchia scuola di Ernest Hemingway (che fra l'altro amava e conosceva il Friuli!): lo scrittore scrive di ciò che conosce. E poi mancava ancora un ispettore che facesse capo alla campagna friulana!  

In due parole, vizi e pregi dei friulani e della loro terra.
Pregi: concretezza, caparbietà, curiosità, il Friuli è una terra molto varia e ricca, un vero crocevia di popoli, da sempre. Vizi? Si beve un po' troppo, forse. 

Come è nata la figura di Drago Furlan? Quanto te c’è in lui?
Drago Furlan è la sintesi di ogni friulano - con quel cognome! Drago invece rimanda all'anima slava - viene dal nome Dragan, diffusissimo. In ogni osteria, in ogni orto del Friuli c'è un Drago Furlan: alto, baffoni neri, poche parole, piglio rude. A parte i baffi (che non ho), penso che queste cose ci siano anche in me. Dimenticavo: il tifo viscerale per l'Udinese, una squadra che ha un fortissimo radicamento territoriale e culturale. 

Il Friuli Venezia Giulia è terra di lettori e autori. Credi si possa parlare di una letteratura a Nord Est?
Penso proprio di sì. C'è una grande ricchezza e varietà, da sempre. Basti pensare a quel capolavoro della letteratura italiana (ed europea) che sono "Le confessioni di un italiano" di Ippolito Nievo, che è del mio stesso paese, Colloredo di Monte Albano. E poi: Pasolini, Giacomini, Bartolini, Quarantotti Gambini, Magris... 

Come scegli le ambientazioni dei tuoi gialli? Che tipo di lavoro ne precede la stesura?
C'è un lavoro iniziale di documentazione: studio luoghi, situazioni, fatti più o meni reali. C'è uno scenario quotidiano, provinciale, su cui però inserisco uno scenario più ampio, nazionale o addirittura internazionale. Il Friuli così diventa lo specchio dell'Italia. 

Ritroveremo presto Drago Furlan?
Sto lavorando a una nuova indagine autunnale. Vini, vendemmie e chissà cos'altro!

Hai un consiglio, un’opinione da dare a chi vorrebbe veder pubblicato un suo manoscritto?
Non avere fretta. Scrivere, riscrivere, non aver paura di buttare via quanto si è scritto, lavorare di cesello, non fermarsi mai. Come dice Kipling, il vero scrittore si vede da quello che butta via.