martedì 18 aprile 2017


Damasco
Suad Amiry
Feltrinelli
pagine 267
prezzo   € 13,60

La Trama
Damasco suona magica e favolosa, e continua a suonare così mentre si riempie di violenza e di fantasmi. Nessuno meglio di Suad Amiry poteva raccontare il fulgore del passato per aprire una porta sul presente. Il racconto comincia nel 1926, nel palazzo di Basima e Tal’at – marmi colorati, soffitti a cassettoni, fontane che bisbigliano nell’ombra – , comincia, quando dopo trent’anni di matrimonio Basima torna per la prima volta ad Arrabeh, il villaggio da cui era partita poco più che bambina per andare in sposa al ricco e nobile mercante damasceno Tal’at. 
Il viaggio di Basima – intrapreso nella speranza di poter dare l’ultimo saluto alla madre – imprime una svolta inattesa al suo matrimonio: il sensuale Tal’at ha tradito la bellissima Basima. Il perfetto equilibrio della casa sembra spezzarsi ma poi la vita della famiglia riprende: la dolcezza delle consuetudini smussa le asperità, i rituali attenuano e riassorbono i contrasti, gli equilibri si riassestano. Suad Amiry conduce il lettore nei cortili e nelle stanze della famiglia Jabri, con i fastosi pranzi del venerdì, le rivalità tra i figli maschi pigri e viziati, il vincolo indissolubile tra le sorelle. Passano gli anni, ed è ancora una volta l’arrivo di un bambino a sparigliare le carte, a far luce nelle pieghe più nascoste dell’intimità domestica: vengono così a galla segreti inimmaginabili, come quello che lega la tenera Nahida alla sorella maggiore, che con piglio inflessibile ha assunto il ruolo di capofamiglia. Ma chi è la vera madre di un bambino? La donna che lo ha partorito o quella che l’ha accudito un giorno dopo l’altro? E fino a che punto è lecito tacere per proteggere quello che si ama di più? Una saga appassionante e poetica sospesa tra realtà e finzione, una rievocazione innamorata e nostalgica di un mondo raffinatissimo spazzato via dal fanatismo e dalla crudeltà, ma soprattutto una riflessione sul senso della maternità e sul silenzio come estremo gesto d’amore.
Una storia e un affresco che dall’impero ottomano arrivano al presente ulcerato del medio oriente. I personaggi sono memorabili, la scrittura leggera, le emozioni grandi.

Recensione
Damasco di Suad Amiry, scrittrice nota anche per il premio letterario "Nonino", è un libro intimo, dolce, immediato. Un lessico familiare in chiave medio-orientale, che ci trascina nei segreti, nei pomeriggi, negli incontri, nelle rivalità e nelle infinite cene di una ricca famiglia damascena, che attraversa la Storia, si frantuma e si ricompatta grazie alle solide figure dei nonni, alle splendide zie Laila e Karimé ed all'allegra rumorosa brigata dei nipoti. Scene lontane eppure vicine, che mi portano al rito del caffè al cardamomo, ai pomeriggi pigri e soleggiati del mediterraneo, ai pranzi patriarcali che condivido con suoceri, nipoti e cognati quando mi reco in Puglia. Un intero universo, una cultura millenaria che ci lega. In questo tempi drammatici che vede la Siria al centro di guerre ed orrori, mi piace pensarla e ricordata così, con le parole di Suad Amiry. È un libro che consiglio ora più che mai. Per onorare la Siria. Quella vera. Quella che deve sopravvivere.
                                                                                                         Giada Pauletto

Jamaica Inn
Daphne du Murier
BEAT
pagine 279
prezzo €11,62

La Trama
All’inizio dell’Ottocento, Mary Yellan, giovane orfana di belle speranze e di avvenente aspetto, giunge al Jamaica Inn, una locanda tra i picchi e le scogliere della Cornovaglia, terra, all’alba del nuovo secolo, di pietre e ginestre rachitiche, di pirati e predoni.
Dopo la morte della madre, l’unica parente rimasta alla ragazza è la zia Patience, proprietaria della locanda insieme col marito Joss Merlyn. Nel viaggio attraverso la brughiera selvaggia della Cornovaglia, Mary ha immaginato il Jamaica Inn come un accogliente rifugio, una dimora degna di quella zia che, da bambina, le appariva leggiadra come una fata con le sue cuffie ornate di nastri e le sue gonne di seta.
Il suo sgomento è grande, dunque, quando scopre che la taverna è un covo di vagabondi, bracconieri, furfanti e ladri della peggior specie, e che della zia Patience, giovane donna vanitosa e piena di vita, non è rimasto nulla. Al suo posto c’è una povera creatura sfiorita, terrorizzata da un uomo gigantesco e brutale: suo marito, Joss Merlyn.
Mary Yellan scapperebbe subito da quell’edificio buio e malmesso, dove nessun avventore oserebbe mai mettere piede, se non fosse per lei un punto d’onore difendere la zia dalle angherie di Joss, e se la sfida con quell’uomo violento, sorta forse dalla segreta, inconfessabile affinità sempre esistente tra caratteri forti, non la solleticasse.
Quella taverna, dove si danno appuntamento i peggiori sgherri della Cornovaglia, è soltanto il porto di traffici illegali tra la costa e il Devon o è qualcosa di peggio, qualcosa che oltrepassa la stessa enigmatica figura di Joss? E che cosa ha a che fare la stanza chiusa in fondo al corridoio con i carri che si fermano ogni notte nel cortile della locanda? 
Romanzo in cui personaggi violenti e, insieme, fragili si muovono sullo sfondo di un paesaggio selvaggio, Jamaica Inn è un vero thriller di alta scuola, pieno di suspense e di inaspettati colpi di scena, una delle opere più riuscite dell’autrice di Rebecca, la prima moglie.cover Jamaica

Recensione
Jamaica Inn, di Daphne Du Murier è, a dispetto del titolo esotico, un romanzo molto inglese. E vagamente ottocentesco.
C'è il villain, c'è il bello un po' maledetto, c'è l'eroina meno candida di quanto ci si aspetti e soprattutto c'è il malvagio inatteso.
Vero protagonista però è il paesaggio, quello desolato e struggente della Cornovaglia, con le sue brughiere, le scogliere a picco, i villaggi di granito, le notti di tempesta ed il mare che ruggisce.
Paesaggio per spiriti romantici e per intrepidi camminatori. 
È un libro per chi ha nostalgia di Stevenson e delle sorelle Bronte. Per chi ama i paesaggi estremi ed i caminetti accesi in una notte di pioggia.
                                                                                                 Giada Pauletto

La Via dei Re
André Malraux
Adelphi
pagine 207
Prezzo € 15,30

La Trama
Indocina francese, verso la metà degli anni Venti. Due uomini, un giovane francese appassionato di archeologia e un avventuriero danese dall’oscuro passato, si incontrano sul piroscafo che fa rotta da Marsiglia all’Estremo Oriente, e stringono fra loro una sorta di patto. Claude Vannec – questo il nome del francese – spera di trovare, lungo il tracciato dell’antica Via dei Re, le rovine di templi non ancora scoperti dagli occidentali e di poterne asportare dei bassorilievi da vendere poi a collezionisti europei. Anche l’altro, Perken, spera di trarre un profitto dalla vendita del materiale archeologico: vorrebbe comprare armi e fomentare una guerriglia locale. Nella giungla i due uomini ne incontreranno un terzo, scomparso tempo prima in una missione segreta. Come si vede, ci sono qui tutti gli elementi della grande avventura, immersi in un’atmosfera di erotismo invischiante e subdolo. 
Basato su elementi autobiografici (Malraux era stato accusato, nel 1924, di aver rubato a scopo di lucro alcuni bassorilievi dal tempio di Banteai-Srey, e ne era seguito un processo clamoroso), La Via dei Re è forse l’unico romanzo di Malraux dalla forma impeccabile. Qui l’avventura, come ebbe a dire lo stesso autore, «sono formiche schiacciate sotto il palmo delle mani, insetti, rettili, insidie ripugnanti a ogni passo che si fa nella giungla», ma è anche l’estremo confronto dell’individuo con la sua ossessione e al tempo stesso con la sua paura della morte: e dietro questa mescolanza narcotica di sensualità e sauvagerie traspare il disegno di una «iniziazione tragica» dell’uomo al proprio destino.

Recensione
'La Via dei Re' di André Malraux è evocativo.
Di uno stato mentale.
Un'inquietudine.
Un sortilegio.
Quella fascinazione languida che solo chi viaggia nel sud-est asiatico conosce.
Inizialmente spossa come una febbre, poi rapisce, avvince e diviene un mood cui non si può rinunciare.
Malraux parte da un'esperienza personale truffaldina e costruisce un romanzo di avventurieri, cupo, claustrofobico, freudiano. La giungla cambogiana e' la reale protagonista, con le sue luci verdi, le sue insidie, gli enigmatici templi khmer ancora invasi da rampicanti. Le ombre che popolano incubi e paure. Essa diviene specchio dell'inconscio, labirinto senza filo d'Arianna. E se le atmosfere decadenti coloniali sono quasi (ma non del tutto) svaporate, la giungla ancor oggi soverchia, nelle lande cambogiane. E resta intatto l'enigma di Angkor e della via reale.
                                                                                      Giada Pauletto