lunedì 2 maggio 2016

Per chi ha letto e amato La mia Africa, per chi vuole ripercorrere la vita quotidiana di Karen Blixen nella sua piantagione, conoscerne gli stati d’animo, i numerosi e diversi problemi che la attanagliarono durante quegli anni vissuti in Africa, segnaliamo questa raccolta di lettere che l’autrice danese scrisse principalmente alla madre e al fratello. Una raccolta straordinaria e intensa, come lo fu la baronessa Blixen. Una donna dalla visione aristocratica della vita, fuori dalle convenzioni, coraggiosa e appassionata, innamorata di Denys Finch Hutton ma soprattutto dell’Africa che non la ricambierà, che la ricaccerà in Europa, sconfitta e rovinata. E Karen Blixen in Africa non tornerà mai più, ma alimenterà sempre nella sua mente, nel suo animo il ricordo di quel Continente difficile e spietato, che lei ha amato profondamente e dove ““L’aria… ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento.”  (K.Blixen cit.)
Lettere dall’Africa è un libro che scuote, coinvolge, cambia la prospettiva, dà  coraggio, perché “I tempi difficili mi hanno aiutato a capire, meglio di prima, quanto la vita sia infinitamente ricca e bella in ogni senso, e che così tante cose per le quali uno si preoccupa non sono di importanza alcuna.” (Karen Blixen cit. )


Lettere dall’Africa
Karen Blixen
Adelphi
pag. 488
prezzo € 20,40

La Trama
Nel gennaio 1914 Karen Dinesen sbarcava nel porto di Mombasa, sposandosi il giorno stesso con il barone Bror Blixen. Nel 1931 ripartiva dall'Africa, col cuore spezzato, dopo aver perso ogni speranza di continuare a reggere la sua piantagione nel Kenya. Fra queste due date avviene un lungo dramma, con intermezzi incantati, che ben conoscono tutti i lettori de La mia Africa. Ma solo queste splendide lettere ai familiari permetteranno di ricostruirlo nella realtà di ogni giorno, nelle oscillazioni fra l'entusiasmo e lo sconforto. E si può dire che, proprio in queste lettere, la Blixen si sia scoperta e messa alla prova della scrittura. Fin dall'inizio, l'Africa fu per lei il luogo dove custodire un «pezzo del cuore, forse il più grande». E insieme era lo scenario dove, come un'eroina impeccabilmente spregiudicata, che pretendeva di essere pronta a «iniziare la tratta dei bianchi, se si aprisse uno spiraglio in quel ramo» e definiva se stessa «una snob eletta da Dio», la Blixen volle esporsi alle potenze congiunte della vita. Il risultato fu una bruciante sconfitta. Ma quella sconfitta, a sua volta, velava appena lo sprigionarsi di una nuova magia: la letteratura. Negli anni africani si compì nella Blixen una mirabile metamorfosi, che possiamo seguire passo per passo in queste pagine, dove la forma epistolare diventa spesso un tenue involucro per accogliere l'urgenza del racconto e della confessione. Per tutto quel tempo si svolse, nel fondo oscuro dei fatti, una lunga, stregonesca operazione di baratto fra la vita della Blixen e la sua arte. «Nessuno è entrato nella letteratura sanguinando più di me» disse una volta la Blixen. Ma, anche se l'esperienza africana fu lancinante di pena, la Blixen continuò a guardarla con gratitudine, assistita dal suo demone: «Di tutti gli idioti che ho incontrato in vita mia – e Dio solo sa che non sono pochi – credo di essere stata la più grande. Ma mi ha impedito di cadere a pezzi un indomabile amore per la grandezza, che è stato "il mio demone". E ho vissuto una quantità infinita di cose meravigliose. Anche se con altri l'Africa è stata più clemente, io credo fermamente di essere uno dei suoi figli prediletti. Un gran mondo di poesia mi si è dischiuso quaggiù, e mi ha fatto entrare, e io l'ho amato. Ho guardato i leoni negli occhi e ho dormito sotto la Croce del Sud, ho visto le grandi praterie in fiamme, e le ho viste coperte di sottile erba verde dopo la pioggia, sono stata amica di Somali, Kikuyu e Masai, ho volato sopra le Ngong Hills – "ho colto la più bella rosa della vita, e Freja ne sia ringraziata"».