domenica 13 luglio 2014


Quel che resta della vita 
Zeruya Shalev 
Feltrinelli 
pag. 373 
prezzo € 14,45 

La Trama
Hemda Horowitz è ormai arrivata all’ultimo tratto della sua vita. L’immobilità la trasporta a ricordi lontani e soprattutto la fa indulgere in riflessioni sui rapporti avuti con i componenti della sua famiglia.
La storia è ambientata in Israele e alcune problematiche, peculiari di quel paese, hanno ripercussioni sulle scelte e sull’esistenza dei protagonisti. 
Hemda è nata in un kibbutz di cui i genitori erano stati i fondatori. Ama e teme suo padre e sente la mancanza della mamma che, essendo un’attivista politica, lavora in città e viaggia spesso all’estero. Costruisce la sua famiglia con un malinconico ragazzo europeo i cui genitori avevano imbarcato su una nave alla volta di Israele per poi scomparire nel nulla. La coppia ha due figli: Dina e Avner. Mentre Dina  nasceva il padre di Hemda moriva e la donna subiva un dolore così forte tanto da trascurare la neonata. Invece Avner è quasi soffocato dall’amore della madre. Sentendosi mediocre, mai completamente realizzata né professionalmente né in famiglia, Hemda attribuisce tutta la colpa alla vita nel kibbutz e decide di portare la famiglia fuori da lì. Purtroppo non è la soluzione. Il marito muore poco dopo, i figli crescono, si allontanano e lei rimane spesso sola a osservare dalla finestra il paesaggio a lei estraneo. Con quel che resta della sua vita, Hemda vorrebbe riappacificarsi con Dina e ricostruire il legame speciale che aveva con Avner. Al capezzale della madre, ognuno dei figli porta delusioni e desideri repressi e pensa che sia giunto il momento di prendere quella decisione , a lungo rimandata, che cambierà quel che resta  della propria vita.

Recensione
Zeruya Shalev è una scrittrice israeliana molto nota nel suo paese. 
È nata nel kibbutz Kinneret e conosce le problematiche legate a quel mondo comunitario, nel quale non c’è quasi spazio per l’intimità e la vita propria di ciascuna famiglia. 
La protagonista del romanzo, Hemda Horowitz ama il kibbutz perché rappresenta la sua casa ma, allo stesso tempo, lo odia perché le sottrae gli affetti più cari e vicini. 
Come figlia è costretta a reprimere le sue paure per essere coraggiosa come suo padre desidera. Come madre sbaglia tutto: Dina, la figlia, la sente lontana mentre il figlio, Avner, fugge dal suo amore soffocante. 
Dina è una donna vibrante, dalla sensibilità acuta; si innamora improvvisamente e inaspettatamente di Ghideon e lo travolge con il suo sentimento appassionato e la sua vitalità. Insieme, comunque, costruiscono una famiglia stabile e un buon rapporto con la figlia Nitzan. 
Avner è un bravo avvocato che combatte per i diritti delle minoranze, ma, questa sua scelta lo porta a sentirsi frustrato nel lavoro e angosciato in famiglia, perché la moglie lo ritiene un illuso, un fallito.
Sebbene la struttura del romanzo appaia complessa con lunghi periodi e pochi dialoghi, la scrittura è fluida e l’introspezione dei personaggi è così accurata da risultare assolutamente coinvolgente. 
Ogni personaggio è esaminato a fondo e la sua esistenza si rivela volta per volta, in un susseguirsi di istanti frammentati che, solo alla fine, come in un puzzle, si incastrano alla perfezione in modo da dar vita alla storia nella sua interezza. 
Il sostare dei figli accanto alla madre malata permette loro di guardarsi dentro e di rinforzare il rapporto fraterno che si era indebolito nel tempo.  
E saranno proprio Hemda e Avner a sostenere Dina che sente dentro di lei il grande desiderio di adottare un figlio. 
Il tema dell’adozione viene trattato con delicatezza e competenza ed è quel valore aggiunto che rende questo romanzo una grande storia d’amore.

                                                     Pasqualina D’Ambrosio