lunedì 12 febbraio 2018


Stranieri su un molo
Tash Aw
ADD Editore
pag. 91
prezzo € 10,20
e-book € 3,99

La Trama
In questo breve e intenso saggio, Tash Aw accompagna il lettore in un tour guidato nel proprio terreno più intimo: la sua faccia. La vitalità culturale dell'Asia moderna è riflessa nel suo stesso volto, il tono cangiante della sua pelle e i suoi lineamenti riflettono una complicata storia familiare fatta di migrazione e adattamento. Gli stranieri del titolo, smarriti su un molo, sono i nonni dell'autore, approdati a Singapore dopo l'insidioso viaggio in barca per fuggire dalla Cina verso la Malesia negli anni Venti. Dal porto di Singapore, a una corsa in taxi nella Bangkok di oggi, a un'abbuffata da Kentucky Fried Chicken nella Kuala Lumpur degli anni Ottanta, Aw tesse storie di inclusione ed esclusione, tra scenari che saltano da villaggi rurali a club notturni e una varietà vertiginosa di lingue, dialetti e slang, per creare un ritratto sorprendentemente intricato e vivido di un luogo stretto tra il futuro in rapido avvicinamento e un passato che non si lascia andare. "Lui era un immigrato. Io ero il nipote di un immigrato. Non avremmo mai avuto lo stesso sguardo sul mondo." Il libro è completato da un'intervista all'autore fatta in esclusiva per l'edizione italiana del volume.

Recensione
Stranieri su un molo di Tash Aw è un piccolo libro prezioso.
Si legge d'un fiato, trascinati dalla prose veloce ed elegante.
Si legge come un romanzo, anche se non lo è.
Perché si tratta di una sorta di biografia esistenziale, in cui lo Scrittore parte dalla storia dei nonni, immigrati in Malesia dalla Cina devastata dalle carestie, per ritrovare se stesso, le proprie origini, la propria lingua e la propria storia.
Il libro è illuminante. Offre riflessioni da insider sulla realtà sociale e culturale cinese, anche quando si parla di comunità cinesi che vivono in altri stati e ne sono parte integrante della storia e del tessuto sociale. Senza mai smettere veramente di essere Cinesi.
Identità fluide, malleabili, eclettiche e compatte al tempo stesso. Tash Aw ci svela la frammentazione e la diversità di mondi che, agli occhi degli Occidentali, sembrano monolitici, senza sfumature.
E, senza pregiudizi alcuni, riflette sul fenomeno delle immigrazioni, con tutto il carico di problematiche e di sofferenze che si trascina dietro, suggerendo come la ricerca della propria identità sia inevitabile e che, dietro alla omologazione ed alla negazione della diversità, si nasconda una trappola.
Egli scrive: ˝non dobbiamo fingere di essere tutti uguali. Non siamo tutti uguali˝.
Voce fuori dal coro?
Non proprio, perché dietro queste parole apparentemente politically uncorrect ci sono la presa di coscienza della diversità come valore e la consapevolezza che la reale commistione dei popoli avviene sempre e solo se da entrambe le parti vi e la volontà di accogliere e condividere.
                                                                          Giada Pauletto

L’Arminuta
Donatella Di Pierantonio
Einaudi
pag. 162
prezzo  € 13,13
e-book € 8,99

La Trama
Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con "L'Arminuta" fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche più care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

Recensione
La fame è sicuramente miseria, ma la miseria non è solamente fame. È piuttosto un'indigenza affettiva che destina all’anima i suoi morsi.
Nella miseria si può nascere e alla miseria si può ritornare. Alla miseria ci si può abituare e alla miseria ci si può ribellare, e L'Arminuta, ostinata ragazzina di città, La Ritornata nel dialetto abruzzese, alla miseria si ribellerà, e lo farà con l’aiuto di una bambina di paese che possiede la saggezza di una centenaria assisa su un trono di legno contadino e di un cucciolo d’uomo prigioniero di se stesso. Si ribellerà contro madri presenti e passate, e si ribellerà al bisogno di madri future.
La Di Pietrantonio ci racconta una storia che sembra appartenere a tempi lontani nel tempo e nello spazio, e che invece confina col nostro benessere economico. E lo fa con uno stile affiliato e nitido, a tratti crudo, senza mai specchiarsi in una parola o in un aggettivo, senza cedere alle facili lusinghe dello stereotipo, certamente aiutata in questo dalla Regina Mida di Einaudi, Angela Rastelli, capace di trasformare in Strega e Campiello tutto quel che tocca con i suoi lapis colorati.
Una prova convincente, in anni in cui la narrativa italiana sembra ormai prossima alla miseria. Letto? Piaciuto? Diffidate dei premi letterari o li ritenete ancora utili per orientare le vostre scelte?
                                                                                       Riccardo Gavioso

lunedì 5 febbraio 2018


Il morso della reclusa
Fred Vargas
Einaudi
pag. 432
prezzo   € 17
e-book  € 9,99

La Trama
Il commissario Jean-Baptiste Adamsberg è costretto a rientrare prima del tempo dalle vacanze in Islanda per seguire le indagini su un omicidio. Il caso è ben presto risolto, ma la sua attenzione viene subito attirata da quella che sembra una serie di sfortunati incidenti: tre anziani che, nel Sud della Francia, sono stati uccisi da una particolare specie di ragno velenoso, comunemente detto reclusa. Opinione pubblica, studiosi e polizia sono persuasi che si tratti di semplice fatalità, tanto che la regione è ormai in preda alla nevrosi. Adamsberg, però, non è d'accordo. E, contro tutto e tutti, seguendo il proprio istinto comincia a scandagliare il passato delle vittime.

Recensione
AAA Recensione rigorosamente in stile Vargas... astenersi perditempo.
E dire che era iniziata anche bene per un Adamsberg che, reduce da una vacanza nelle nebbie islandesi, appena rientrato a Parigi, aveva brillantemente affrontato un problema di traffico e uno di natura idrica. Ma, tanto per cambiare, si ritroverà ben presto con la testa fra nuvole e gabbiani, costretto ad arrampicarsi in cima all’albero maestro del vascello dell’Anticrimine per sottrarsi a un imprevisto tentativo d’ammutinamento. Sorpreso e amareggiato, come Magellano non si darà per vinto, ma inizierà a tessere la sua tela per riconquistare la sua ciurma ad uno ad uno, chi con le buone, chi con le cattive, chi con le pessime. Così il maieutico e tricocromatico Veyrenc, l’ittiologo Voisenet, convinto che il pesce abbia le note di coda di un Chanel n. 5, Estalère, l’uomo del caffè e delle meraviglie, soprattutto nei confronti di sé stesso, l’ipersonne Mercadet, da ricaricare ogni tre ore come un telefonino prima generazione, e la granitica Retancourt, dea polivalente dell’Anticrimine, con le sue otto braccia come Shiva, pian piano torneranno dalla sua parte per seguire, tra una “Garbure” e un pranzo al sacco, le tracce di un assassino tanto venefico quanto subdolo e paziente.
Ci sarà posto anche per uno degli Evangelisti, il preistorico Mathias, che, chiamato a scavare, si ritroverà, inopinatamente loquace e col cuore disotterrato.
Vargas pesca, tanto per restare in metafora, a piene mani da suo inesauribile bagaglio professionale di medievista e archeologa, per regalare ai suoi affezionati lettori una delle sue trame più avvincenti e originali. Lettori ai quali non resterà altro che rimanere “reclusi” nella sua finissima ragnatela d’inchiostro fino all’ultima pagina, ammirati dalla capacità di Frédérique di non cedere alle lusinghe del mercato e di regalarci un nuovo libro soltanto quando sarà in grado di rivaleggiare con i migliori dei precedenti.
                                                                                                  Riccardo Gavioso

venerdì 2 febbraio 2018

L’abbandonatrice
Stefano Bonazzi
Fernandel
pag. 208
prezzo € 15
e-book € 6,49

La Trama
Durante l'inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l'amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c'era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall'Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. "L'abbandonatrice" è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l'adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

Recensione
C’è molto in questo romanzo di Stefano Bonazzi che ci racconta di sentimenti, di quelli non scontati, di quelli che graffiano l’anima. Innanzitutto troviamo l’amore, come quello che lega il protagonista Davide a Oscar, difficile, complicato, duro e crudele, che non regala sogni ma che richiede dedizione assoluta, pazienza infinita, una costanza quasi cieca. 
E poi famiglie anafettive, madri la cui fragilità diviene uno scoglio insormontabile per la crescita dei figli, genitori e parenti incapaci di accettare la diversità e ogni possibile deviazione dal tranquillizzante e scontato percorso di vita piccolo borghese che hanno attraversato nel corso della loro vita.
I protagonisti de L’abbandonatrice vivono sulla loro pelle la paura della sofferenza, del fallimento, del dover affrontare se stessi e le proprie debolezze. 
La loro, in definitiva, è un’esistenza che rischia di essere in ogni istante travolta dal non essere: sono tutti e tre artisti, ma nessuno di loro sembra trovare nell’arte una possibile rivincita, un possibile riscatto, come nel caso di Oscar che non supererà mai la frustrazione per essere un musicista solo mediocre.
Accompagniamo Oscar, Sofia e Davide e assistiamo impotenti alle loro sconfitte, agli istanti di speranza che sembrano perdersi per sempre fino alla comparsa di Diamante, il figlio di Sofia, adolescente complesso e ribelle che segnerà la rinascita di Davide come persona e, in qualche modo, suggellerà anche la sua conferma come fotografo.
L’abbbandonatrice è un romanzo intenso con personaggi forti, difficili e una storia impegnativa, profondamente autentica, che la prosa di Stefano Bonazzi, sobria, precisa e affilata come un bisturi, sa rendere perfettamente.


Chiacchieriamo con Strefano Bonazzi, per concerto meglio come persona e come autore.

Stefano, nella post fazione al tuo romanzo L’abbandonatrice riveli che la storia si ispira in fatti realmente accaduti. Perché hai deciso di raccontarla?
Quando ti trovi davanti a certe confessioni non puoi tirarti indietro, ancor più se sgorgano da un dialogo spontaneo e inaspettato. Certe confessioni sono doni preziosi. Quello che accadde alla famiglia di Sofia mi è sembrato fin da subito surreale e al tempo stesso anche tremendamente attuale. Quante volte si sentono fatti di cronaca simili? Quanto può destabilizzare una perdita? quanto può spaventare una responsabilità affrontata da soli? In quanti cocci si può frantumare una famiglia e come si ripercuote nelle vite degli altri? Non penso di aver offerto nessuna risposta, non penso nemmeno di averne le capacità, io ho raccontato una storia, la conclusione la lascio al lettore.

Il lettore rimane sicuramente coinvolto e tu, nello scrivere, che emozioni, sensazioni hai provato e dovuto affrontare?
Ci sono molti temi che mi riguardano da vicino, primo fra tutti il panico, gli attacchi di panico, il terrore notturno, tutte fobie che Davide, uno dei protagonisti, si trova a dover affrontare più volte nel corso della storia. Avendoli vissuti in prima persona anni addietro, scrivere questo libro è stato come riaprire un armadio pieno di scheletri: sai che ora sono solo scheletri, sai che sono morti e non potranno più farti del male eppure non puoi restarne indifferente.

La trama del tuo romanzo si sviluppa a Bologna che sembra quasi “respirare” con i protagonisti. Che rapporto hai con questa città?
Io sono nato a Ferrara, una piccola città a misura d'uomo a pochi chilometri da Bologna e fin dai primi anni dell'indipendenza giovanile vedevo Bologna come un paradiso di possibilità, un parco giochi affollato, aperto giorno e notte, un luogo in cui potersi perdere ma senza rischiare di affogare o congelarsi nella freddezza che invece altre metropoli possono infondere. La scena artistica e culturale di questa città mi è sembrata quindi la location perfetta in cui calare le vicende di questi tre "aspiranti artisti", al tempo stesso ho sempre sognato rendere tributo in un libro al luogo che fin dal primo giorno mi ha accolto senza pregiudizi né barriere.

Un romanzo come L’abbandonatrice si scrive di getto o ha richiesto un lavoro di preparazione previo?
Alcune parti sono state scritte di getto, altre sono arrivate solo in seguito. Diciamo che la storia principale, il nocciolo, mi ha richiesto pochi mesi, però poi c’è stato  tutto un lavoro di editing, stabilizzazione e cesellatura che si è protratto per più di un anno.Penso sia una cosa tutto sommato normale quando si ha a che fare con storie in cui ci si riconosce in più di una pagina.

Che percorso ti ha portato alla pubblicazione del libro? E hai qualche consiglio per chi vorrebbe pubblicare un propio manoscritto?
Il libro è stato letto e apprezzato da Gianluca Morozzi che si è esposto in prima persona proponendolo all’editore. Quello che consiglio sempre agli esordienti è di non limitarsi a rincorrere l’ultima pagina di un manoscritto ma fermarsi e lasciar “decantare” le parole. Il punto di vista  durante la fase di scrittura è sempre deviato e i tempi editoriali ristretti costringono gli editori a fare un lavoro di scrematura enorme, quindi il rischio di proporre un manoscritto zoppo e giocarsi una chance è alto. Meglio fermarsi un attimo, far leggere la storia a un professionista e valutare anche la possibilità di un editing preliminare, prima di esporsi. E soprattutto essere umili: qualsiasi editore serio, piccolo o grande che sia, ha sempre comunque più esperienza di un autore esordiente. Non fermatevi all’idea “la mia storia è perfetta così”, ma fate tesoro di consiglii ed esperienze di chi è nell’ambiente da anni.

Scriverai ancora in futuro e che storie ci racconterai?
Ho un paio di storie già ultimate, molto diverse tra loro e molto diverse anche dai temi e dalle atmosfere di questo romanzo, ma come dicevo qualche riga sopra, hanno ancora bisogno di un periodo di decantazione. Nella vita sono un impulsivo ma sulla carta mi piace prendermi il giusto tempo.

Bio
Stefano Bonazzi nato nel 1983 a Ferrara, di professione webmaster, da oltre dieci anni realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte pop-surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco. Ha esordito nel 2011 con il racconto “Stazioni di posta”, nell’antologia Auto Grill (Jar Edizioni), a cui sono seguiti Primo amore in Bologna violenta (Felici), Morsi nella raccolta Fucsia e Malabimbi in I Clown Bianchi (Clown Bianco), Malerba in Weekend con il mostro (Fernandel), Bambi in La montagna disincantata (Fernandel) e il racconto breve Edgar, apparso nell'antologia Uno sputo di cielo (Watson) i cui proventi sono stati devoluti all’orfanotrofio di Betlemme e La cura di Sandrone apparso nel Manifesto Letterario per la Legalizzazione della Cannabis Gli Stonati (.NEO editore).
I racconti Forse abbiamo esagerato, Niente Coma forte sono stati selezionati tra i finalisti del premio Nebbia Gialla 2015, 2016 e 2017 a cura di Paolo Roversi.
Ha pubblicato due romanzi A bocca chiusa per Newton Compton Editore e L’abbandonatrice per Fernandel Editore.
www.stefanobonazzi.it

lunedì 22 gennaio 2018


Belle, elegante e con le fede al dito
Andrea Vitali
Garzanti Libri
pag. 271
prezzo  € 15,81
e-book €. 9,99

La Trama
Vista dal treno, la riva orientale del lago di Como è un vero spettacolo: tra una galleria e l'altra appaiono scorci di paesaggio da mozzare il fiato. Ne subisce il fascino Adalberto Casteggi, quarantenne, bello ed elegante oculista con studio a Milano. Si è innamorato del lago andando su e giù in ferrovia per sostituire qualche volta un collega all'ospedale di Bellano. Su quelle sponde ha stabilito ora il suo buen retiro, deliziato anche dalla compagnia di una sua paziente del luogo. Si chiama Rosa Pescegalli. Ha trentasei anni e li porta benissimo. Gestisce una profumeria e ha fatto palpitare parecchi cuori. È bella davvero, ma con gli uomini ha preso un po' le distanze, dopo una sofferta storia con un fascinoso calciatore del Lecco. Adesso li fa girare come vuole e quando vuole lei, ma niente impegni. Il dottore ne resta imbambolato, e stordito da tanta bellezza dimentica che, come tutte le cose belle, anche questa ha un suo prezzo. Un prezzo che bisognerebbe valutare se è il caso di pagare tutto o no, perché dietro l'oro luccicante del lago, delle montagne e soprattutto dello sguardo magnetico di Rosa (e della sua scollatura), si nascondono vecchi rancori e velenosi desideri di vendetta. Con "Bello, elegante e con la fede al dito", Andrea Vitali ci coinvolge in una storia solo in apparenza tranquilla di metà anni Sessanta. Lo splendore dei luoghi in cui ambienta i suoi romanzi ci rapisce, ma stavolta Vitali vuole metterci in allerta: come una giornata uggiosa di novembre può tingere il paesaggio di un mesto grigiore, anche gli amori più avvincenti possono d'un tratto mostrare il loro lato più pernicioso.

Recensione
Il lago di Como, gli anni sessanta, una bella ragazza che vive l’amore con disinvoltura, un oculista fascinoso e sciupafemmine, un calciatore che ha dovuto accantonare i suoi sogni di gloria, Via col vento e la sempre affascinante Scarlett O’Hara, una prosa indubbiamente leggera e gradevole: gli ingredienti c’erano tutti, eppure la lettura di questo romanzo di Vitali si è rivelata abbastanza deludente.
La vicenda narrata è senz’altro stuzzicante ma la lunga ricostruzione di un passato che proietta le sue ombre sulla vita attuale di Rosa, la protagonista femminile, e che si incrocia con l’ultima delle sue relazioni amorose (con il bell’oculista) finisce per appesantire la trama, pregiudicandone la vivacità e facendo affievolire l’interesse del lettore che si troverà di fronte a un epilogo fin troppo affrettato, per quanto intrigante possa risultare.

mercoledì 10 gennaio 2018


Un caffè alle mandorle
Massimiliano Nardi
Neri Pozza
pag. 384
prezzo € 18

La Trama
Palermo, il battaglione Sicilia. Alla fine del 1978 il trentenne capitano dei carabinieri Perego riceve la sua nuova assegnazione. Una sventura per Anna, la giovane moglie incinta, una straordinaria opportunità per il capitano… Palermo, una capitale di millenario prestigio, con squarci di bellezza mozzafiato. Certo, la città è diventata, stando ai rapporti interni all’Arma, un campo di battaglia tra l’ala moderata della mafia e belve come Riina e Provenzano, latitanti inafferrabili. Ma rinunciare al trasferimento equivarrebbe a un suicidio professionale. Perego sa, in realtà, poco di Palermo e della mafia, la sua conoscenza si ferma al Giorno della civetta, il film non il libro. Ma una volta giunto in città, gli basta poco – una visita al Charleston, il ristorante liberty dove Michele Greco dispensa sorrisi e dolcezze a una folla di questuanti, oppure una riunione in caserma in cui apprende che, per il capo della Procura, occuparsi troppo di mafia significa rovinare l’economia siciliana – per comprendere la natura di Cosa nostra in Sicilia. In una città pigra, dove la vita di Perego è allietata dalla nascita a Pavia di una figlia, due eventi, col trascorrere del tempo, sconvolgono l’esistenza del capitano: l’uccisione di un suo confidente e la morte di Boris Giuliano, colpito alle spalle mentre sorseggiava un caffè al bancone del bar Lux. L’inseguimento del filo rosso che lega la morte di Giuliano ai numerosi crimini che insanguinano Palermo agli inizi degli anni Ottanta conduce Perego a imbattersi nella figura di Michele Sindona, in fuga da New York e riparato in Sicilia, dove gode di palesi e oscure protezioni. È una caccia, però, che produce soltanto sconfitte e dolore per il capitano, che viene trasferito dapprima a Roma e poi a Pavia. A Pavia, tuttavia, un evento inaspettato lo conduce di nuovo nel cono d’ombra di Sindona, incarcerato a Voghera. Due giorni dopo la condanna all’ergastolo del discusso finanziere per l’assassinio di Ambrosoli, Perego apprende che alle 8.30 del 22 marzo 1986 Sindona è crollato esanime sul pavimento della sua cella dopo aver urlato: «Mi hanno avvelenato». Sul lavabo del bagno spiccava una tazza di caffè da cui si levava un acuto odore di mandorle, l’odore tipico del cianuro di potassio. Che l’Ammiraglio, l’Avvocato e il Presidente, gli oscuri e misteriosi referenti del faccendiere di Patti, abbiano a che fare con la sua morte?

Recensione
Un bel romanzo che ripercorre e racconta uno dei periodi più oscuri della nostra storia recente, la fine degli anni settanta e inizio degli ottanta, scandito dall’ascesa dei Corleonesi e di Totò Reina, da trame occulte, servizi segreti deviati, logge massoniche e lo IOR dello spregiudicato Marcinkus in un intreccio fra mafia, finanza e politica che ha avuto fra i protagonisti Michele Sindona, spregiudicato banchiere al servizio di fin troppi interessi e a conoscenza di fin troppi misteri, di quelli che è bene non vengano mai svelati  né tantomeno chiariti.
La trama si sviluppa in due parti. La prima si svolge fra Palermo che assiste indifferente e pigra, fra un aperitivo e una cena nei ristoranti alla moda, un bagno a Mondello, alla lotta ingaggiata dalla mafia emergente nei confronti dell’ala più moderata, ad attentati e plurimi omicidi, Roma capitale dai mille volti e dalle mille trame e Pavia dove vive la famiglia del protagonista, il capitano dei carabinieri Perego. La seconda parte è incentrata sulla contrapposizione fra la figura di Perego, le sue indagini e Michele Sindona, ormai incarcerato a Voghera. 
Alla vicenda investigativa si intreccia la storia personale del protagonista, un uomo energico, che ama profondamente la figlia Elena, appassionato e ostinato, coerente fino alle conseguenze più estreme. Un investigatore di razza che non indietreggia e non teme la sfida per quanto potenti possano essere i suoi antagonisti e indifferenti, indolenti i suoi superiori.
Un idealista che pagherà carissimo il suo desiderio di giustizia, che lo allontanerà dalla moglie, che vedrà morire colleghi e persone a lui molto vicine e dovrà sacrificare la sua carriera. Ma tutto questo non basterà, non sarà sufficiente perché Perego si renderà perfettamente conto che  il conto con certi avversari non si pareggia mai.
Con una prosa scarna, efficace, Massimiliano Nardi (lo pseudonimo scelto dall’autore del romanzo la cui identità non è stata resa nota), coinvolge il lettore che riporta indietro nel tempo,  creando una trama convincente, riproponendo quegli interrogativi che non hanno mai avuto risposta e ricostruendo quelle vicende che, in un paese diverso, forse avrebbero avuto un esito e una conclusione differente.
Un libro interessante, vibrante, sicuramente da leggere.

Una breve intervista a Massimiliano Nardi, autore di Un caffè alle mandorle.

Buongiorno Massimiliano, innanzitutto complimenti per il suo romanzo Un caffè alle mandorle che ho trovato interessante, ben scritto e coinvolgente. La prima domanda mi sembra quasi d’obbligo: quali motivazioni ti hanno portato a decidere di scrivere utilizzando uno pseudonimo?
Grazie di cuore per il suo generoso giudizio. Lo pseudonimo mi ha concesso la massima libertà nell’affrontare una vicenda così controversa come l’affair Sindona

Un caffè alle mandorle affronta la vicenda di Michele Sindona e ci riporta a un periodo forse fra i più oscuri della nostra storia recente. Perché ha deciso di raccontarli? Che tipo di lavoro ha preceduto la scrittura del libro? 
Nella speranza di salvare la memoria del passato, da cui proveniamo e che oggi si tende a cancellare. Ma se non conosciamo il tributo di sangue che abbiamo pagato in un dopoguerra durato cinquant’anni, quale presente e quale futuro potremmo mai costruire?  Niente di particolare: ho messo sulle pagine ciò che avevo vissuto.

Quanto crede rimanga ancora in Italia del mistero Sindona e di quegli anni? E ritiene che Sindona, la sua vicenda possano essere in qualche modo una rappresentazione, per quanto estrema, di una certa società, modo di pensare e di operare italiana?
Dalla proclamazione della Repubblica esiste una staffetta del male, la quale fa sì che nessuna porcata vada persa e che i suoi protagonisti continuino e imperversare sino alla fine dei loro giorni, vedi Andreotti e Marcinkus per stare al caso in oggetto.

Cosa pensa abbiamo imparato da quegli anni e cosa dovremmo ancora apprendere come paese?
Imparato niente. In compenso abbiamo appreso che a ogni misfatto i protagonisti affinano viepiù i loro strumenti.

Perego, il protagonista, è un uomo tutto d’un pezzo, coerente, che paga sulla propria pelle il prezzo della sua onestà intellettuale e professionale. Si è ispirato in qualche persona reale?
Figlio della fantasia, benché io, quando ero operativo, abbia incontrato tante magnifiche persone dabbene capaci di sacrificare carriera e affetti al dovere.  

L’Italia è un paese di misteri non risolti, di intrecci complessi fra potere politico, economico, religioso e malavita. Secondo lei, da che cosa è originato tutto questo e saremo mai in grado di superarlo e come? Crede che in un paese diverso, il mistero Sindona avrebbe avuto un epilogo differente?
La Storia si nutre di misteri, da Pearl Harbour all’omicidio Kennedy, ma soltanto in Italia tutto è un mistero e ognuno è soltanto l’antecedente del prossimo. Senza la strage dei carbinieri di feudo Nobile (gennaio 1946) non sarebbe avvenuta la strage di Portella delle Ginestre (maggio 1947) e così via fino ai nostri giorni.

Venendo alla sua attività di scrittore,  hai un consiglio da dare a chi vorrebbe veder pubblicato un suo manoscritto?
La fortuna d’incontrare una casa editrice come Neri Pozza.

I suoi progetti futuri, le sue storie future…
Se i lettori mostreranno di apprezzare Un caffè alle mandorle, si potrebbe tentare di spiegare quali personaggi ed eventi abbiano imposto l’eliminazione di Falcone e di Borsellino.

mercoledì 20 dicembre 2017


La signora dei gelsomini
Corina Bomann
Tascabili Giunti
pag. 464
prezzo  € 5,87
e-book € 4,99

La Trama
l sogno d'amore di Melanie sta finalmente per realizzarsi: presto sposerà Robert, l'uomo che ama da sempre. Ma il destino sembra aver deciso diversamente: Robert rimane vittima di un terribile incidente e cade in coma. Devastata dal dolore, Melanie mette da parte la sua carriera di fotografa per rifugiarsi nella villa di campagna della bisnonna Hannah. A 96 anni, Hannah sa bene quali terribili prove può riservare l'esistenza, e decide di raccontare alla nipote la sua storia, accompagnando Melanie in un viaggio avventuroso e affascinante: dall'infanzia nell'esotica Saigon, dove Hannah fu separata dall'amata sorella adottiva, alla giovinezza nella Berlino degli anni Venti, dove vivrà un amore grande e impossibile, per poi cercare un nuovo inizio a Parigi come disegnatrice di cappelli. Una vita piena e drammatica, costellata di perdite ma anche di doni inaspettati: perché il segreto di Hannah è aver avuto la forza di non arrendersi mai. Riuscirà Melanie a trovare il coraggio di seguire le orme della nonna? È possibile ricominciare a lottare, quando la vita sembra averti strappato tutto quello che ami?

Recensione
Alla ricerca di una lettura d’evasione, di un libro ben scritto che intrecciasse amore, avventura, scenari esotici e affascinanti, che mi intrigasse e rilassasse, mi sono imbattuta in questo romanzo di Corina Bomann. Dalla quarta di copertina sembrava che avesse tutto quello che cercavo: una storia coinvolgente che si sviluppa fra il Vietnam della dominazione francese, la Berlino scintillante degli anni Venti, la sempre fascinoso Parigi con il suo glamour incontrastato. 
Invece no, La signora dei gelsomini si è rivelato un romanzo deludente dalla trama se non inverosimile quantomeno mal sviluppata, tediosa, a volte fin troppo ripetitiva. Il contrasto fra il presente della protagonista e il passato vissuto dalla bisnonna perde d’interesse man mano che la narrazione procede fra disavventure, rinascite e tragedie al limite della credibilità e che la prosa abbastanza piatta (ma non incolperei di questo il traduttore quanto l’autrice del romanzo), non aiuta certo a rendere coinvolgente. In definitiva, l’ennesima conferma di quanto il genere lettura d’evasione possa essere complesso e difficile.