lunedì 9 aprile 2018


Voglio segnalare Quando l’amore nasce in libreria di Veronica Henry un romanzo carino, una lettura semplice e gradevole, di quelle che ti sollevano il morale e ti mettono di buon umore. Un libro senza pretese se non quella di far passare al lettore qualche istante piacevole. Ambientazione suggestiva (una libreria in un paesino di campagna inglese), personaggi accattivanti non manca proprio nulla: l’amore, le false apparenze, le relazioni clandestine, i piccoli grandi segreti e, ovviamente, il finale felice.

“C’è un libro speciale per ognuno di noi
Io so dove trovarlo
Ti insegnerà ad aprire il tuo cuore”.


Quando l’amore nasce in libreria
Veronica Henry
Garzanti
pag. 320
prezzo   € 12
e-book  €  6,99

La Trama
In uno stretto vicolo di un minuscolo paesino vicino a Oxford si nasconde un posto speciale. È una piccola libreria, tutta di legno. Gli scaffali arrivano fino al soffitto e pile di libri occupano ogni angolo disponibile. Il suo nome è Nightingale Books ed è proprio qui che Emilia è cresciuta. Fra le pagine di «Madame Bovary» e una prima edizione di «Emma» di Jane Austen, Emilia ha imparato che i libri possono anche curare l'anima. È proprio questo che suo padre ha fatto per tutta la sua vita e ora è compito di Emilia: aiutare i suoi clienti grazie ai libri. Thomasina, timida e introversa, ha scoperto la cucina e l'amore attraverso i romanzi di Proust e i libri del cuoco Anthony Bourdain; Sarah, la proprietaria dell'antica villa di Peasebrook Manor, trova il suo unico conforto tra le righe di «Anna Karenina»; Jackson riesce a comunicare con suo figlio solo grazie al «Piccolo principe». Perché per ogni dolore, per ogni dubbio, per ogni momento difficile esiste il libro giusto. Un libro che ti può salvare. Un libro che può farti trovare l'amore. Ma adesso la libreria è in pericolo. I conti proprio non tornano, i creditori stanno diventando pressanti e un uomo d'affari senza scrupoli vorrebbe costruire al suo posto degli appartamenti di lusso. La tentazione di vendere è enorme, ma Emilia deve tenere fede alla promessa che ha fatto al padre, deve lottare per la Nightingale Books. Deve continuare ad aiutare gli altri attraverso le pagine dei libri. Grazie alle parole di Camus, Salinger, Burgess e Kerouac, forse Emilia riuscirà a trovare la chiave per risolvere i suoi problemi. Manca solo quella per aprire il suo cuore.

Bussola
Mathias Énard
E/O
pag. 418
prezzo € 18,62
e-book € 9,99

La Trama
Con questo romanzo-fiume Ènard ha vinto il Premio Goncourt nel 2015. Bussola è la storia d'amore tra Franz, uno specialista dell'Oriente, e Sarah, anch'essa studiosa delle civiltà orientali, un amore che dura anni e si snoda attraverso Europa, Iran, Siria e Turchia. Ma è anche la storia di un altro amore tormentato: quello tra l'occidente e l'oriente. Un amore raccontato attraverso le centinaia di storie di coloro, donne e uomini europei, che nel corso dei secoli hanno dedicato le loro vite (e spesso le hanno perse tragicamente) all'inseguimento di questa passione "impossibile". Énard racconta le vite avventurose e appassionate di scrittori, avventurieri, musicisti, viaggiatrici che si sono lasciate ammaliare dall' esotismo e dalla sensualità di luoghi come la Persia, Costantinopoli, Palmira; luoghi di questa passione divisa tra miraggio e illusione da una parte e vite reali e ben concrete dall'altra. Cos'è stato l'orientalismo? Un miraggio del deserto favorito dai fumi dell'oppio, dai profumi delle spezie e dalle mire coloniali dell'Europa, o un vero incontro tra culture diverse ma complementari, l'una bisognosa dell'altra, alla continua ricerca dell'Altro che ci completa?

Recensione
Bussola di Mathias Énard pare un romanzo tardo ottocentesco.
Già dalle prime parole “siamo due fumatori d’oppio" e poi dai toni notturni, opulenti, a tratti claustrofobici che ricordano atmosfere decadenti, serre colme di orchidee e piante carnivore, broccati sontuosi e profumo di tuberosa.
Un romanzo che si sviluppa nel corso di una sola notte, secondo il principio aristotelico di unità di tempo spazio ed azione.
Notte insonne, dove un'intera vita si dipana, coi suoi amori le sue rinunce i suoi ricordi.
Romanzo colto, difficile, labirintico, pieno di citazioni, debordante, sconfinante (nel saggio, nell'incubo, nel sogno, nel delirio), romanzo d'amore: non solo quello dei protagonisti ma anche e soprattutto quello fra Oriente ed Occidente.
Un amore impossibile perché l'Oriente vagheggiato non esiste. È una proiezione. Un'ombra. Quell'Oriente immaginato dagli Orientalisti che è illusione... la realtà è molto più complessa e dura.
Come in tutti i veri amori.
                                                                                  Giada Pauletto

La cicala dell’ottavo giorno 
Mitsuyo Kakuta
Neri Pozza
pag. 398
prezzo  € 15,30
e-book € 8,99

La Trama
Kiwako è un'attraente ragazza quando, alla fine degli anni Ottanta, viene assegnata dalla K, una grande industria di abbigliamento intimo, alle Pubbliche relazioni col compito di illustrare sul bollettino mensile dell'azienda i profili dei nuovi impiegati. Incaricata di descrivere Akiyama Takehiro, un impiegato di Nagano appena approdato alla sede centrale di Tokyo, Kiwako commette un errore grossolano. Pubblica, a corredo dell'articolo, una fotografia che non ritrae il nuovo arrivato, ma l'impiegato oggetto del pezzo successivo. Quando va a scusarsi con Takehiro, questi risponde scherzosamente: "Invitami a cena e sarai perdonata". La cena si svolge, e si rivela fatidica. I due cedono senza ritegno alla passione e si legano in un rapporto che non risparmia a Kiwako umiliazioni e ferite. Takehiro, infatti, è sposato con Etsuko, un'impiegata part-time presso la K di Nagano, e non esita a ricorrere a menzogne, sotterfugi e false promesse, innanzi tutto quella di abbandonare la moglie, pur di tenere legata a sé Kiwako. Dopo aver subito un aborto dalle conseguenze irreparabili e aver assistito, sgomenta, alla nascita della bambina di Takehiro ed Etsuko, Kiwako compie qualcosa di inimmaginabile, un crimine per il quale finisce ricercata dall'intero commissariato di polizia di Hino, a Tokyo. Penetra in casa di Takehiro ed Etsuko e rapisce Erina, la loro figlia di sei mesi. Con la bambina in braccio, una neonata che sorride dolcemente, Kiwako riesce a far perdere le proprie tracce…

Recensione
Un buon libro lascia sempre il lettore con una domanda tra le mani e senza una mensola su cui appoggiarla: “Madre è chi ci ha dato alla luce o chi si è preso cura di noi?”
Certo, di solito le cose coincidono, ma a volte no, e a volte la divergenza può derivare da circostanze che impongono di essere narrate, magari con la delicatezza stilistica della Kakuta, portati per mano in un Giappone moderno, ma intriso di antiche tradizioni e contraddizioni. Condotti in un viaggio che a tratti ricorda La Strada di Cormac McCharty depurata dagli scenari catastrofici. Anche se per la cicala che passa una vita sottoterra per poi vivere sette giorni, l’alba dell’ottavo non potrebbe che essere apocalittica.
                                                                          Riccardo Gavioso

sabato 24 marzo 2018


Charlene
Theresa Melville
Emma Books
pag. 220
e-book €3,99

La Trama
Torna in versione digitale uno dei romanzi più amati di Theresa Melville.
Parigi, 1824. Il sogno di Charlene di diventare scrittrice sembra realizzarsi quando, complice un fortunato incontro, inizia a posare come modella per il pittore Eugène Delacroix ed entra a far parte della cerchia degli autori romantici. La sua bellezza e il suo temperamento non passano inosservati, soprattutto allo scrittore russo Dimitri Ivashkov. Sorda alle voci che circolano sulla pessima reputazione dell’uomo, Charlene crede ingenuamente di aver trovato il vero amore. Si trova invece coinvolta in una vicenda da cui uscirà distrutta. Chiusa in un guscio di diffidenza, decisa a dedicarsi solo alla scrittura, Charlene sembra ormai incapace di abbandonarsi ai sentimenti, finché un uomo misterioso…

Recensione
Un romanzo affascinante, ricco di suggestioni e con una protagonista intensa, di grande temperamento, moderna e indipendente che saprà riscattare un passato di dolore e miseria per conquistare un ruolo importante nel mondo dell’arte. Già questo renderebbe la lettura gradevole e interessante, ma c’è di più, molto di più. Intanto la Parigi degli intellettuali, degli artisti dove la protagonista Charlene finirà per muoversi in un primo momento impacciata e timida e poi, via via, sempre più sicura e consapevole di se stessa. Ci perderemo fra bistro, caffetterie, teatri all’avanguardia frequentati da Delacroix, Victor Hugo, Honoré de Balzac, dall’ambigua, raffinata e algida George Sand con i suoi abiti eccentrici, da uomo. 
E poi c’è la passione malata, come quella che la protagonista sente per Dimitri, scrittore geniale, uomo tanto fascinoso quanto crudele che la farà soffrire fino alla sua rinascita sentimentale, grazie a un amore non facile ma profondo e autentico.
E soprattutto c’è l’arte di Charlene che, oltre che a posare come modella, sa scrivere e lo sa fare molto bene, tant’è vero che, grazie anche agli incoraggiamenti e al sostegno dei suoi amici artisti, sarà in grado di aprirsi una sua strada nel mondo della letteratura, sfidandone i pregiudizi e le riserve per arrivare al successo più completo, all’applauso più soddisfacente, quello che mette d’accordo pubblico e critica.
Un bel libro scritto bene, attenta la ricostruzione storica, efficaci le descrizioni, ben tratteggiati i personaggi.
E poi tutte, in fondo, vorremmo essere come la talentuosa, affascinante e vibrante protagonista.


Una breve chiacchierata per conoscere meglio Theresa Melville, l’autrice di Charlene.
Theresa, perché non ci racconti un po’ di te? Come e perché hai iniziato a scrivere?
La passione per la scrittura fa parte di me da sempre; è un amore viscerale, un’esigenza, una sfida continua, è un insieme di fattori emozionali, legati anche al mio carattere, che mi accompagna dall’adolescenza. Fin da allora, i miei sogni erano in quella pagina bianca che avevo fretta di riempire. Negli anni che hanno preceduto la decisione di dedicarmi alla narrativa a tempo pieno, mentre lavoravo nel giornalismo e successivamente come copywriter, in realtà non facevo che sperimentare vari livelli di scrittura, per costruire tramite l’esperienza le basi necessarie a fare della narrativa la mia professione.   

I tuoi romanzi appartengono prevalentemente al genere storico. Che motivazione ti ha portata a questa scelta? E che lavoro richiede questo tipo di romanzo?
Si trattò in principio di una scelta obbligata e insieme fortunata: il mio esordio nelle collane da edicola Mondadori avvenne nel 1995 con Anima Prigioniera, il primo romance storico che firmai come Theresa Melville; in quella occasione scoprii un modo alternativo di studiare la storia, e quanto fosse divertente calare vicende e personaggi in contesti del passato così ricchi di suggestioni e di spunti interessanti.  Anima Prigioniera andò molto bene, così continuai col filone degli storici e per i vent’anni successivi non scrissi che quelli. Naturalmente lo studio delle fonti è basilare; io svolgo le ricerche parallelamente alla messa a punto del soggetto, perché la trama dei miei storici è sempre strettamente connessa allo scenario socio-culturale in cui si dipana. 

Che cosa ispira Theresa e le sue storie? 
La mia fonte di ispirazione è immancabilmente la realtà; può trattarsi di un avvenimento, di un paesaggio, di un’immagine, di un dipinto come nel caso di Charlene, di un personaggio o di un certo evento storico, l’importante è che quello spunto sia ancorato al mondo reale, e che mi permetta di osservare la vicenda che ho in mente come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi. 
Tutte le mie storie, siano esse ambientate nel presente o nel passato, sono accomunate dal carattere della verosimiglianza, dal quale non potrei prescindere.

Veniamo a Charlene, un bel romanzo ambientato nella Parigi degli artisti. Come è nata l’idea?
L’idea arrivò folgorante, cosa che mi accade raramente perché di solito per costruire un soggetto impiego diversi giorni, e fin quando non ho messo nero su bianco i passaggi essenziali non procedo. Con Charlene andò diversamente; curiosavo in Internet tra le immagini di dipinti dell’ottocento francese, perché quello era il periodo storico che mi interessava, quando vidi la foto del quadro di Eugène Delacroix raffigurante una giovane donna dall’aria sgomenta, che ciò nonostante mi sembrò, per via dell’espressione e della postura, di temperamento forte. Poi lessi il titolo: Ragazza orfana al cimitero. La storia prese forma in pochi minuti, ne appuntai lo schema e scrissi subito l’incipit. Fu sensazionale. Naturalmente ho portato Eugène Delacroix dentro il romanzo, facendone uno dei comprimari.  

Charlene è una donna sicura, determinata, che non si lascia sconfiggere dalle vicissitudini che le capitano. Una protagonista intensa, che hai creato pensando a qualcuno in particolare? Quanto c’è di Theresa in Charlene?
Forse c’è di me una certa visione della vita, e cioè la tendenza a non perdersi d’animo, a non chinare il capo davanti alle peripezie, ma in verità il carattere di Charlene è tutto nello sguardo della fanciulla ritratta da Delacroix, in quel movimento della testa col quale sembra dire “malgrado voi, malgrado tutto, vado avanti per la mia strada”.

Hai un consiglio per chi ha un manoscritto che vorrebbe pubblicare?
Ecco il mio consiglio: lavorare sul testo con umiltà e precisione prima di sottoporlo a un editore. Secondo me, scrittori non si nasce, né ci si improvvisa. Pubblicare un romanzo non significa essere scrittori: significa aver posato il piede sul primo gradino di una lunga scalinata e sollevare lo sguardo verso l’alto, dove finisce la salita - un punto così distante che è impossibile vederlo. La scrittura è più grande dello scrittore, è più potente; imparare a controllare la scrittura richiede concentrazione, infinita pazienza, programmi a lungo termine e auto disciplina. Bisognerebbe revisionare il testo fino alla nausea. Le revisioni, e non a caso uso il plurale, costituiscono l’esperienza sul campo; servono ad acquisire familiarità con le parole, a maturare quella agilità espressiva che non è mai abbastanza. 

Mi interesserebbe conoscere la tua opinione riguardo al self-publishing e al ruolo che i social possono avere nella vita ed esperienza di un autore.
Il self-publishing è a mio parere una grande opportunità, e non solo per gli autori, visto che mette in luce professionisti che fino a qualche anno fa operavano generalmente nelle redazioni e nelle case editrici; gli editor, i traduttori, i correttori di bozze, i grafici e gli illustratori, oggi possono collocarsi autonomamente nell’ambito dell’editoria non solo digitale. 
Nell’ambito della scrittura, malgrado il potenziale positivo, è un fatto che agli occhi di molti il self-publishing sia sinonimo di dilettantismo, e che gli autori indipendenti siano considerati autori di serie B. Purtroppo non si tratta solo di pregiudizi: il self-publishing ha favorito l’immissione sul mercato digitale di una mole esagerata di testi acerbi sotto vari aspetti, prospettando una scorciatoia per arrivare al pubblico. Non si è pensato al rispetto di quel pubblico, che sentendosi ingannato ha reagito con giudizi trancianti. Credo che il self-publishing possa trovare al proprio interno una sorta di regolamentazione, ma ci vorrà del tempo.  
Riguardo ai social, penso che siano strumenti validissimi nelle mani di chi li conosce e abbia la capacità di mettere a punto una strategia di comunicazione. La riuscita dell’impresa però è tutt’altro che scontata. Io non ho attitudine per la tecnologia, e nella gestione dei social sono in difficoltà. Sono abituata ai rapporti diretti. Ho pubblicato con Mondadori per oltre vent’anni: in redazione mi sentivo a casa, gli editor erano dei punti di riferimento; la promozione non era tra le mie preoccupazioni, insomma, era tutto diverso. Quando ho deciso di affrancarmi perché volevo pubblicare col mio nome e cimentarmi col genere noir, mi sono trovata a sudare su un terreno impervio, social compresi. Tuttavia insisto. In buona sostanza, penso che dall’utilizzo dei social non si possa prescindere, e che le competenze vadano coltivate. 

Theresa e il futuro, ci sveli i tuoi progetti?
Al momento sto scrivendo un noir contemporaneo, un soggetto complesso al quale lavoro da tempo e nel quale credo molto. Sto poi covando l’idea di un giallo storico ambientato tra Italia e Francia al tramonto dell’era napoleonica; non mi dispiacerebbe una storia che si agganci all’ultimo libro della trilogia dei Tourangeau, Mai notte più dolce, uscito nei “Classic” Mondadori nel 2013. 
Intanto tengo a dire che sono felicissima di questa nuova edizione di Charlene e ringrazio Emma Books per l’opportunità; a tal proposito, posso anticiparti che sono in vista operazioni dello stesso tipo riferite ad altri titoli della mia produzione romantica. 
Concludo ringraziandoti di cuore per l’ospitalità, cara Laura. A te e a tutte le fans del blog mando un affettuoso abbraccio. Arrivederci a presto! 
Bio
Maria Teresa Casella, anche nota come Theresa Melville, è autrice di romance storici e romanzi noir. Prima di dedicarsi alla narrativa a tempo pieno, è stata giornalista e copywriter, e ha curato l'ufficio stampa di aziende multinazionali. Theresa Melville è lo pseudonimo con il quale dal 1995 firma i romance storici, il genere caratteristico delle sue pubblicazioni nelle collane da edicola Mondadori. Con il suo vero nome firma i romanzi e i racconti noir, un genere al quale si dedica dal 2010 parallelamente al romance. Ha diretto la collana di narrativa Fleurs, Edizioni Mezzotints. Ha curato la rubrica Consigli di Scrittura per la Romance Magazine, Delos Editore. Ha pubblicato romanzi e racconti con Mondadori, Curcio, Carocci, Emmabooks, MilanoNeraEbook, Fanucci Leggereditore, Delos e in auto-pubblicazione. È una delle nove socie fondatrici di EWWA - European Writing Women Association, l’associazione di donne che operano nel campo della scrittura istituita nel 2013.

Gli aquiloni
Romain Gary
Neri Pozza
pag. 347
prezzo  € 11,90
e-book  €. 9,99

La Trama
È un giorno d'ombra e sole degli anni Trenta quando, dopo essersi rimpinzato e assopito sotto i rami di una capanna, Ludo scorge per la prima volta Lila, una ragazzina biondissima che lo guarda severamente da sotto il cappello di paglia. Ludo vive a Cléry, in Normandia, con suo zio Ambroise, «postino rurale» tornato pacifista dalla Grande guerra e con una inusitata passione: costruire aquiloni. Non è un costruttore qualunque. Da quando la "Gazette" di Honfleur ha ironicamente scritto che gli aquiloni dell'«eccentrico postino» avrebbero reso famosa Cléry «come i pizzi hanno costituito la gloria di Valenciennes, la porcellana quella di Limoges e le caramelle alla menta quella di Cambrai», Ambroise è divenuto una celebrità. Belle dame e bei signori accorrono in auto da Parigi per assistere alle acrobazie dei suoi aquiloni, sgargianti strizzatine d'occhio che il vecchio normanno lancia in cielo. Anche Lila vive in Normandia, benché soltanto in estate. Suo padre non è, però, un «postino spostato». È Stanislas de Bronicki, esponente di una delle quattro o cinque grandi dinastie aristocratiche della Polonia, detto Stas dagli amici dei circoli di giocatori e dei campi di corse. Un finanziere che guadagna e perde fortune in Borsa con una tale rapidità che nessuno potrebbe dire con certezza se sia ricco o rovinato. L'incontro infantile con Lila diventa per Ludo una promessa d'amore che la vita deve mantenere. Il romanzo è la storia di questa promessa, o dell'ostinata fede di Ludo in quell'incontro fatale. Una fede che non viene meno nemmeno nei drammatici anni dell'invasione tedesca della Polonia, in cui Lila e la sua famiglia scompaiono, e Ludo si unisce alla Resistenza per salvare il suo villaggio dai nazisti, proteggere i suoi cari e ritrovare la ragazzina biondissima che lo guardava severamente da sotto un cappello di paglia.

Recensione
Per molti la memoria è il bene più prezioso, per altri può rappresentare una condanna, e per pochi che ne hanno una storica, magari precisa e magari del proprio paese, può trasformarsi addirittura in condanna capitale.
Meglio avvisare, perché questo libro proprio di memoria narra.
Ludo ha una memoria prodigiosa e un’altrettanto prodigiosa capacità di calcolo, ma mentre la prima finirà per condizionare la sua vita, la seconda finirà per complicare, e non di poco, quella altrui.
La letteratura, fin da piccoli, c’insegna che è rischioso addentrarsi nei boschi, ma tace sui pericoli del loro limitare. Tra i pericoli spicca quel chiaroscuro in cui i raggi del sole sono soliti trastullarsi con le prime fronde degli alberi predisponendo un fondale in bianco e nero che sembra creato per enfatizzare solo alcuni colori. Magari l’oro ribelle di una chioma e l’azzurro imbronciato di un paio d’occhi. Un azzurro dispettoso, simile a quello che adesca gli aquiloni e li invita a perdersi nella sua sconfinata vastità. Colori destinati a fissarsi nella memoria, e non in una memoria qualsiasi, ma in una che li conserverà, li attenderà e li inseguirà finché il filo che lega il lettore a una piccola storia - perdonami Ludo - s’intreccerà con quello della Storia, perché in fondo vivere altro non è che prepararsi dei ricordi.
Tra Conti polacchi troppo ricchi o troppo poveri, alternativa di rilevanza trascurabile rispetto a quella dell’aggettivo determinativo, svenevoli Contesse che si allenano perdere i sensi per farsi trovare pronte a farlo fra le braccia di amanti di altissimo rango, e rampolli cui la genetica pare aver destinato tutta la saggezza e la maturità che ha voluto sottrarre ai genitori. Cuochi bretoni stellati e aspiranti cuochi tedeschi con stellette, aspiranti romanzieri la cui unica opera di fantasia, peraltro splendidamente riuscita, è la propria moglie, si dipaneranno la piccola e la grande storia, in un dramma sempre venato d‘ironia e comicità, perché, come c’insegna Gary, la comicità è un posto sicuro in cui ciò che è serio può rifugiarsi e sopravvivere, e l’ironia una dichiarazione di dignità, di superiorità dell’individuo su ciò che gli accade.
La scrittura di Gary pare piegarsi alla narrazione e assumere la leggerezza e la geometria che consentono di volare agli aquiloni del Postino Spostato, Ambroise Fleury, alla dolcezza del suo sorriso pacifico e pacifista, immancabile mentre fa fluttuare un Voltaire, un Diderot, un Rousseau o un Montaigne, e indelebile anche quando gli aquiloni dovranno volare sempre più bassi schiacciati dall’Occupazione, ma ostinati nel lanciare il loro muto appello a resistere o un ben più prosaico, ma non meno prezioso, riferimento topografico agli aerei in missione oltre le linee nemiche.
I capolavori di questa caratura non si commentano. 
Si leggono e si ammirano in silenzio.
Attenti a non farsi travolgere dalla sindrome di Stendhal.
Per una volta ho voluto fare un’eccezione.
                                                               Riccardo Gavioso

Varanasi 
Vera Lazzaretti
Unicopli
pag. 111
prezzo €10,20

Argomento
Varanasi è un viaggio attraverso una delle città più note dell'India. È un cammino su più livelli, che presenta vie possibili per passeggiare metaforicamente in questa città. Da un lato, un percorso attraverso una serie di tappe o momenti letterari, con i suoi autori - noti o sconosciuti - ripercorre la storia di una città in divenire, e delle sue trasposizioni letterarie; dall'altra parte, per ognuna di queste tappe si apre un percorso fatto di tracce, più impalpabili e fugaci, fotografi e della città, che si ispirano esplicitamente alle categorie che Calvino ha utilizzato per raccontare la città. È un viaggio volutamente tortuoso, perché fatto di frammenti e visioni parziali della città, prodotti in periodi diversi dalle menti più disparate - per esempio da sacerdoti compositori di glorificazioni, esploratori europei e colonizzatori, autori residenti in città e scrittori indiani cosmopoliti, ognuno con la propria prospettiva sulla città. Il tentativo è quello di smascherare i meccanismi che costituiscono le tante e potenti immagini stereotipate di Varanasi, per restituirle, infine, un po' di complessità.

Recensione
Per la collana Le città letterarie, Vera Lazzaratti ha scritto il bellissimo saggio dedicato a Varanasi.
Un gioiellino imperdibile per chi deve visitare la sacra città o per chi, avendola vista, desidera conoscerla meglio, trovare nuove chiavi di lettura, prepararsi ad un nuovo viaggio di scoperta.
Perché Varanasi è una città difficile e complessa, soprattutto agli occhi degli Occidentali.
Unica, antichissima, emozionante.
Varanasi è nuda veritas.
È la caduta definitiva di ogni illusione.
Una città da vedere e da rivedere.
Con un aiuto in più per comprenderla, come il prezioso saggio che ci guida attraverso miti, curiosità, filosofie e romanzi.
Ma anche strade, vicoli, elementi architettonici, toponimi.
Poiché nulla accade per caso.
Men che meno a Varanasi.
                                                 Giada Pauletto

domenica 4 marzo 2018


La fragilità del leone
Antonella Sbuelz
Forum Editrice Universitaria Udinese
pag. 200
prezzo  €14,97
e-book €10,99

La Trama
Estate 1797. In una Venezia inedita, occupata dai soldati napoleonici, sotto un ponte appartato affonda un corpo con il volto nascosto da una maschera. Estate 1798. In una selvaggia laguna friulana – regno di cannaroli e contrabbandieri – si incontrano Nastasia e Thomas, entrambi in fuga da qualcosa. Lei ha solo diciassette anni e un travestimento di fortuna per celare la sua vera identità; lui, pittore inquieto, ha abbandonato Bamberga per cercare la luce del sud. In un’estate di imprevisti e di passioni destinati a cambiarli per sempre, le loro vite si intrecciano a quelle di Alvise e Lucrezia, patrizi dal passato inconfessabile ed eredi di un eden dorato ormai giunto alla fine. Con ritmo da intreccio giallo, La fragilità del leone racconta una storia senza tempo: l’aspirazione a essere se stessi, la lotta a convenzioni e ipocrisie, l’amore tra un uomo e una donna e le forme di altri amori, coraggiosi. Sullo sfondo, rievocate fedelmente, luci e ombre della Serenissima nel suo estremo momento di vita: l’epilogo di una potenza sontuosa e fragile, l’esplosione di ideali libertari, il fermento di tensioni sociali che chiuderanno per sempre un mondo, inaugurandone uno nuovo.

Recensione
La penna delicata di Antonella Sbuelz ci regala un romanzo intenso, intrigante e coinvolgente, la cui trama si snoda fra la Repubblica di Venezia ormai morente sotto i colpi dell’armata napoleonica e la bassa friulana con le sue lagune, le sue paludi e i suoi canneti, dove si aggirano Natasia e Thomas. Lei, poverissima, fa la contrabbandiera e, travestita da uomo, vaga vendendo foglie di tabacco, lui è un pittore tedesco di Bamberga, venuto a Venezia per raffinare la sua arte e, dopo varie vicissitudini, allontanatosi dalla Serenissima.
Hanno alle spalle storie e realtà differenti che finiranno per incontrarsi e per incrociarsi con la vicenda di due patrizi veneziani, Alvise  e Lucrezia e della loro figlia Luisa.
L’autrice disegna con tratto sicuro personaggi di grande intensità e spessore e ci regala due figure femminili vibranti: Nastasia, orgogliosa, fiera, determinata  e testarda eppure allo stese tempo delicata e fragile. A lei, popolana, fa da contrappunto la bella e sensuale Lucrezia, nobildonna sposa per doveri di casato a un uomo che non la può amare e madre di una bimba, Luisa, che Thomas era stato chiamato a ritrarre. 
Thomas è un giovane forte, determinato, capace di un’ironia che rende tutto più facile e che poco ha che spartire con l’ormai stanco cinismo e disincanto di Alvise, con le sue passioni inconfessabili fra gioco e amori proibiti, la sua incapacità di reggere il peso della storia delle tradizioni familiari, fin troppo importanti e pressanti per lui che, come gli altri aristocratici veneziani, assisterà impotente alla fine della Serenissima, di un’epoca grande e irripetibile. 
Alvise e Lucrezia sono entrambi vittime del loro tempo e dei loro segreti, Thomas e Nastasia non hanno null’altro che la loro gioventù e la passione, l’energia che questa regala. Che permetteranno loro di dare un’opportunità alla piccola Luisa, alla discendente di quel Leone di San Marco che la storia ha travolto ma che avrà pur sempre una sua eterna continuità.
Prosa elegante, accurata ricostruzione storica, personaggi tratteggiati con grande efficacia, La fragilità del leone è un romanzo che fin dalle prime righe attrae il lettore, lo appassiona unendo sapientemente storia e vita, mistero e realtà, disillusione e speranza, passato e futuro.


Una chiacchierata interessante e profonda con Antonella Sbuelz, scrittrice, poetessa, docente.

Antonella, come è nata l’idea di questo romanzo?
Questa storia - come diverse altre mie storie - è nata da un’immagine: l’immagine di una giovanissima contrabbandiera friulana. I capelli scompigliati, un cappellaccio schiacciato in testa, un paio di zoccoli ai piedi, una fascia sui fianchi ancora magri, due pesanti bisacce a tracolla con un segreto carico di frodo. Una ragazzina costretta a crescere in fretta e a fare del contrabbando di tabacco una fonte di reddito essenziale per sé e per la sua famiglia, in anni - quelli della fine del Settecento – in cui le carestie e le guerre avevano messo in ginocchio la già fragile economia delle campagne friulane e venete. Ora: prendiamo una giovanissima friulana senza più padre, con la famiglia già gravemente colpita dalla pellagra e con due fratelli più grandi che si sono aggregati a una delle varie bande di briganti della zona. Come può girare liberamente una ragazza di diciassette anni, in territori infestati da truppe di passaggio, disertori, contrabbandieri, malfattori e giramondo scapestrati che vivono di piccoli espedienti? Solo nascondendo la sua identità femminile. Ed è così che infatti farà Nastasia. La troviamo travestita da ragazzo, e costretta a fare i conti con tutto ciò che questo travestimento comporta. Ne derivano gesti imprevisti, scelte talvolta drastiche, attività a tratti esilaranti. Ma se questo libro è nato da una precisa e nitida immagine - quella di Nastasia travestita da uomo - poi quello spunto iniziale si è man mano alimentato di un interesse che credo di provare sempre, quando inizio a scrivere un nuovo romanzo: l’interesse per i momenti di passaggio, per le situazioni di soglia, per quelli che io chiamo mondi di confine. E non solo in senso geografico: si  tratta infatti di realtà in  bilico, sospese sul vuoto come funamboli che procedono pericolosamente su un filo e che trascinano con sé contrasti e complessità spesso estremi, e affascinanti proprio perché estremi. In questo caso, i contrasti sono molti: innanzitutto il contrasto fra l’aristocrazia veneziana - raffinata e gaudente - e i senzavoce e senzastoria, ovvero gli strati più umili di chi vive ai margini dell’impero. Ma si impone anche la contrapposizione fra centro di potere e periferie: una tematica di estrema e scottante attualità. E poi, ancora, emerge il contrasto tra la città di Venezia, che celebra se stessa anche attraverso l’opera di noti artisti e architetti, e la campagna friulana: le terre di bonifica infestate dalla malaria, la bellezza degli spazi aperti  e soprattutto il mondo magico e selvaggio della laguna ai margini fra Veneto e Friuli, che rappresenta a sua volta una dimensione sospesa fra terra e acqua, fra canneti e cielo. Ma nel romanzo un ruolo importante è assunto anche dalla  contrapposizione fra potere e sentimenti, fra cuore e ragione, fra ragioni dei sentimenti e ragioni della ragione. E la ragione è qui soprattutto quella, imperativa, del ceto a cui si appartiene, mentre il cuore non è solo il diritto a vivere liberamente un amore, ma è anche il diritto a essere se stessi. Ed è infine anche l’aspirazione, come dice bene la storica Tiziana Plebani nella postfazione, a essere felici. Un diritto che all’epoca della mia storia è appena stato sancito dall’Illuminismo, e che ogni personaggio, a suo modo, cercherà di fare proprio.
Ho letto e apprezzato Greta Vidal, un’altra tua protagonista forte, determinata, una donna che sceglie  di sfidare le regole del suo tempo come in definitiva fanno Lucrezia e Nastasia, ognuna a suo modo. Quanto di Antonella c’è nelle tue figure femminili? Che cosa le ispira?
Credo che ogni scrittore finisca per rovesciare inevitabilmente una parte di sé nei personaggi che crea. Ma in questo gioco di specchi e di alchimie empatiche è difficile, per l’autore, dire di più. Certo, i miei personaggi femminili sono spesso piuttosto forti, cocciuti, determinati, curiosissimi del mondo e di sé, teneri e spigolosi al tempo stesso, poco propensi al compromesso, capaci di procedere controcorrente e di pagarne le conseguenze... e in parte, naturalmente, io mi ci riconosco. Ma poi, quando scrivo l’ultima pagina e la storia viene pubblicata, quelle figure non sono più mie: diventano di ogni lettore, di ogni lettrice. Ed è giusto che ognuno li legga attraverso la sua personale sensibilità e attraverso la lente, personalissima, del proprio vissuto. La chiave di lettura che ne risulta non può che esser diversa per ciascuno.
Viviamo un periodo difficile, forse oscuro. Credi che la frase Historia magistra vitae abbia ancora un senso, un significato o che stiamo dimenticando il suo profondo valore e ce ne stiamo allontanando?
La Storia potrebbe essere ancora, almeno in parte, magistra vitae. Solo che noi siamo pessimi allievi. Personalmente, ho sempre amato la  Storia e la microstoria.  Nella mia infanzia ci sono stati alcuni “grandi vecchi”, nonni o prozii, che io amavo molto ascoltare.  Avevano alle spalle  storie - sommesse e potenti - di emigrazioni, di guerre in Libia, di guerre sul fronte orientale, di ritirata dalla Russia, di carcere duro durante il fascismo.  Il mio primo rapporto con la Storia – quella che a volte si scrive con la maiuscola, anche se non sempre è una maiuscola meritata – è passato attraverso i loro volti e le loro parole. Ho capito – ho sentito – fin da quando ero ragazzina che, per dirla con De Gregori, la storia siamo noi, nessuno si senta escluso. E oggi realizzo più che mai che il passato non passa.  Nazionalismi feroci, populismi xenofobi, terrore e rifiuto  di fronte alle ondate di profughi che si vorrebbero ricacciare indietro.... ieri erano ebrei, o armeni, oggi sono altri, e provengono da altre zone del pianeta. Ma i meccanismi – le reazioni – sono spaventosamente simili. Personalmente, scrivo di storia non per evitare di parlare del presente,  ma perché sento di poter comprendere  meglio il presente –  certi suoi  tratti, certe sue contraddizioni -  se  leggo il nostro  presente attraverso la lente di ingrandimento del passato.  Che ci piaccia o no, noi siamo ciò che siamo stati e ciò che ricordiamo , consapevolmente, di essere stati. Siamo la nostra storia e la nostra memoria. A distanza di tutti questi anni, mi piace ancora, quella canzone di De Gregori: la storia siamo noi, nessuno si senta offeso. Nessuno si senta escluso.
Tu sei un’autrice friulana, secondo te ha un senso, un significato concreto parlare di una letteratura del Nord Est?  Quanto conta, da questo punto di vista, vivere in una  terra e realtà sicuramente particolari come il Friuli Venezia Giulia?
Si tratta di una questione estremamente complessa, che non sarebbe  facile – né giusto - schematizzare in poche righe. Mi limiterò a dire che per me ha un senso profondo, osservare e raccontare il mondo da quell’osservatorio  specifico e speciale che è il nord est.  Il Friuli, poi, collocato a nord est del nord est, è un concentrato di nordestitudine. Credo che nessun altro territorio italiano sia stato travolto, devastato e connotato dalla storia come il Friuli Venezia Giulia: non solo qui le guerre mondiali sono state combattute “in casa”, ma a questa piccola regione di confine non è mancato nulla delle grandi tragedie collettive del Novecento: strappi, conflitti, massicce emigrazioni, profuganze traumatiche come quella di Caporetto, guerra fredda e servitù militari particolarmente pressanti per la presenza dei confini orientali e di tutto ciò che tali confini comportavano, terremoti devastanti come il sisma del 76, ricostruzioni impegnative ma riuscite, basate su modelli di condivisione democratica di decisioni e responsabilità... questo è un territorio sofferto dal punto di vista storico.economico, contaminato e plurimo dal punto di vista culturale e identitario. Tutto questo non può che incidere su chi ci vive, ci lavora, ci studia, ci produce letteratura, arte, cultura. Ma la sfida fondamentale resta una, a mio parere: non trasformare questa storia e questa identità in chiusura localistica, bensì in paradigna di altre storie, altre identità, altre sofferenze e resistenze. Sofferenze e resistenze che purtroppo oggi non mancano di certo, come tutti sappiamo.
In un futuro la tua penna cosa ci regalerà?
È pronto un altro romanzo, questa volta ambientato nell’imminenza dello scoppio della seconda guerra mondiale: una storia che si snoda fra intreccio giallo e narrazione storica. Sullo sfondo, l’emanazione delle leggi razziali e una piccola isola di confino. Dovrebbe uscire entro la fine dell’anno. Ma, per scaramanzia, non dirò di più.  E poi c’è la poesia, altra grande passione di una vita. Il mio primo e mai rinnegato amore. Sto lavorando a una raccolta che ormai è quasi conclusa. Nel frattempo, sto seguendo le traduzioni in francese e in inglese di un paio dei miei romanzi, partecipo a convegni, lavoro nell’ambito della Commissione Pari Opportunità di Udine e nelle giurie di cinque premi, promuovo cultura in vari modi... E concilio il tutto con l’insegnamento in un liceo. Amo molto il mio lavoro. Lavorare con i ragazzi sfianca, ma coinvolge  e appassiona. A volte sono stremata, ma questi  versanti diversi mi obbligano a diverse sfide: non rinuncerei a nessuna. Per ora va bene così.
Bio
Antonella Sbuelz ha studiato a Trieste, Verona e Losanna. Vive a Udine. Scrive narrativa e poesia, con alcune incursioni saggistiche, infittitesi dopo il dottorato svizzero in Letteratura moderna. Tra i suoi romanzi La fragilità del leone (Ed. Universitaria Forum, 2016;  Premio Selezione Raccontami la Storia-Chieti), Greta Vidal (Frassinelli, 2009; pubblicato in Inghilterra nel 2013, analizzato nell’ambito di  convegni  universitari anglosassoni e americani; Premio  Selezione Volterra-Ultima frontiera), Il movimento del volo  (Frassinelli, 2007; premi Biblioteche di Roma, Città di Predazzo,  Caterina Percoto; finalista Premi  Rhegium Julii e Domenico Rea) e  Il nome nudo (Moby Dick, 2001). Tra le ultime raccolte poetiche, Transitoria (Raffaelli, 2011;  prefazione di  Davide Rondoni; Premi Colline di Torino; Alberona; Città di Forlì), La prima volta delle cose (2016),  La misura del vicino e del lontano (Raffaelli, 2016,  prefazione di  Davide Rondoni; Premio Caput Gauri; finalista Premi Acqui Terme e Raffaele Crovi). Numerose le pubblicazioni su riviste e antologie.  Per le narrativa e la poesia ha ricevuto oltre una ventina di premi. (Tra gli altri: Alpi Apuane, San Domenichino,  Leone di Muggia, Donne di Monferrato, Città di Forlì, Alberona,  Città di Recanati, Alda Merini, Laurentum-Roma.) È stata tradotta in inglese, francese e croato. Insegna presso il liceo Malignani di Udine, conduce laboratori di scrittura creativa, collabora con riviste culturali e – folgorata a suo tempo da Menocchio, splendidamente resuscitato da  Carlo Ginzburg ne Il formaggio e i vermi – non smette di occuparsi cocciutamente di microstoria.
https://vibrisse.wordpress.com/2014/05/19/la-formazione-della-scrittrice-19-antonella-sbuelz/